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Canovella degli Zoppoli
Il piccolo porticciolo di Canovella degli Zoppoli ha
preso il nome dagli "zoppoli" antiche imbarcazioni utilizzate per
secoli dai pescatori sloveni per gettare le reti ed usualmente alate (tirate in
secco) sulla spiaggia dove oggi sorge il porticciolo realizzato nel 1954. L'area
nel passato era caratterizzata da qualche piccolo magazzino vicino alla riva, da
ampi terrazzamenti coltivati e da un ripido sentiero che ancor oggi permette di
raggiungere Aurisina (sentiero dei pescatori - Ribiska pot).
Gli "zoppoli" sono imbarcazioni monossili
lunghe circa 7 metri, scavate da un sol tronco d'albero, spinta abitualmente da
due remi lunghi 6 metri e fissati a forcole poste su una traversa: sono state
utilizzate fino al 1947.
Ancor oggi si può vedere qualche pescatore che va
al largo con la propria passera a remi a gettare le reti o le nasse. Nel
porticciolo è presente una piccola trattoria che nel periodo estivo offre ai
propri clienti piatti di pesce da gustare in riva al mare, rinfrescati dalla
brezza.
Il luogo è molto tranquillo sia per godersi il mare
(vedi spiagge) che per piacevoli passeggiate lungo la costa o, per chi ha un pò
di fiato, verso i sentieri panoramici del ciglione carsico ( vedi itinerari
Tiziana Weiss, Kugy).
Abbiamo pensato di proporre al navigatore più
curioso delle pagine trovate sulla rete che parlano del porticciolo.

Il condominio Ca' Novella è stato progettato dall'architetto Edoardo Gellner e
realizzato
alla fine degli anni '70: il suo nome richiama il toponimo del porticciolo
Nato ad Abbazia nel 1909, Gellner vive e lavora a Cortina d'Ampezzo, dove ha
realizzato, fra gli altri, alcuni importanti edifici del centro. Varia e
multiforme la sua formazione di architetto: dapprima ad Abbazia, nella bottega
paterna; poi a Vienna, presso la Kunstgewerbeschule; infine a Venezia, con la
laurea allo IUAV. All'Università di Venezia è raccolto il Fondo Edoardo
Gellner dal 1928 al 2003: www.iuav.it/archivioprogetti
Vastissima la sua attività di architetto, che vede tra le opere più
significative il villaggio di Borca di Cadore. Di grande rilievo il risultato
degli studi condotti con instancabile continuità sull'architettura montana
pubblicati per esteso in due fondamentali volumi, Architettura anonima ampezzana
(1981) e Architettura rurale delle dolomiti venete (1988)
biografia tratta electaweb;
ulteriori informazioni su archiworld

Le
spiagge
Vicino al Bed and Breakfast sono raggiungibili anche
a piedi alcune delle più belle spiagge della regione.
Verso Trieste c'è la spiaggia e il piccolo
porticciolo di Canovella con docce, servizi da spiaggia ed
il bar che propone anche piatti di pesce durante la stagione estiva (il pesce fresco è specialità quotidiana della trattoria Canovella degli
Zoppoli) ; proseguendo lungo l'arenile
si può raggiungere in 10 minuti la zona
naturista (FKK) del Liburnia e successivamente quella dei Filtri. Queste sono le
spiagge storiche del naturismo a Trieste; sono molto selvagge ed anche nei fine
settimana estivi la tranquillità non manca.
La spiaggia naturista del Liburnia
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La spiaggia dei Filtri è caratterizzata da alcune
vasche che raccolgono abbondanti risorgive d’acqua dolce che, in particolare
nelle giornate più calde, offrono la piacevole
possibilità di immergersi.
Verso
Duino, accessibile dalla stessa strada che conduce al Bed and Breakfast, si
trova lo stabilimento balneare delle Ginestre con una splendida spiaggia ideale
per i bambini ed accessibile ai
disabili; è aperto dall'ultima domenica di aprile al 10 settembre, dalle 9 alle
19.30. All'interno dello stabilimento c'è anche un bar/stuzzicheria.
Raggiungibile dalla strada costiera attraverso un
sentiero nel bosco o, un po’ più avventurosamente proseguendo lungo
l’arenile, sono vicine ed accessibili le spiagge e gli anfratti della
Costa dei Barbari. Anche questa zona è storicamente naturista (FKK), selvaggia
e tranquilla.
Ci
sono altre spiagge e stabilimenti balneari lungo tutta la costiera fino a
Trieste; per chi desiderasse la sabbia in 45 minuti di viaggio con la macchina
è raggiungibile Grado

Sistiana
Sistiana,
con la sua baia ampia e tranquilla, apre, è il caso di dirlo, un insolito varco
al mare, una breccia nell'alta costiera dell'altopiano carsico; l'enorme massa
rocciosa, rivelata non lontano dalle cave di pietrisco, è qui nascosta da una
fitta, rigogliosa vegetazione in cui spiccano le gialle macchie delle ginestre.
Sistiana è un'oasi
marina e mediterranea annidata nel calcare. La sua bellezza nasce dal contrasto,
che però qui non è palese come in altri porticcioli - quasi inventati
dall'uomo - lungo la costa, in corrispondenza di Aurisina o di Santa Croce. Il
folto dei boschi e delle macchie sembrano quasi mediare armonicamente il
trapasso delle forme. Solo in direzione di Duino la muraglia di roccia spicca
inesorabile e verticale. Ai suoi piedi, in certi luoghi segreti sgorgano fredde
sorgenti sottomarine, quasi a ricordare che, non lontano, nel corpo profondo
della terra, il Timavo prosegue il suo cammino remoto verso le fonti di San
Giovanni.
La baia, un tempo
rinomato luogo di villeggiatura austroungarico offre oggi una delle spiagge più
curate ed ampie di tutta la costa triestina. Vi si trovano stabilimenti
balneari, un porto turistico e una tranquilla pineta. Rinomati ristoranti di
pesce, chioschi di bibite, mercatini e perfino una divertente discoteca da
spiaggia soddisfano le esigenze dei turisti di ogni tipo. La vista che si gode
dallo spazio proprio accanto all'ufficio di promozione turistica che sovrasta la
baia è entusiasmante. Impossibile rinunciare a scendere per ammirare il mare.
Ulteriori
informazioni su www.sistiana.net e http://www.comune.duino-aurisina.ts.it/turismo/ita/sistiana_info.html
Le foci dei fiumi
All’estremità settentrionale del mare Adriatico, dove sfocia
il fiume Timavo,
inizia una fascia litoranea caratterizzata dai bassi fondali e da una complessa
struttura lagunare che, comprendendo Venezia, termina con il delta del fiume Po.
In prossimità della foce del Timavo, si trova la foce dell’Isonzo, che nasce
sulle Alpi Giulie, in Slovenia e termina il suo corso nel golfo di Trieste, fra
Monfalcone e Grado. La Riserva Naturale della foce dell’Isonzo
comprende un’area di circa 2400 ettari, situata lungo gli ultimi 15 km del
corso del fiume che nasce sulle Alpi Giulie, in Slovenia e, dopo un percorso di
circa 140 km, sfocia nel golfo di Trieste, fra Monfalcone e Grado.
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Le sorgenti / foci del Timavo
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Si
dice Timavo e il pensiero va subito al fiume sotterraneo, ai suoi misteri, alle
voragini di San Canziano. Ma il fiume ha molte vite. C'è il corso superiore,
conosciuto come Reka, con i suoi vecchi mulini in disuso, e quello nascosto
nelle tenebre del Carso. C'è infine il Timavo che rinasce alla luce del sole, a
breve distanza dal mare, cantato da Virgilio.
Vi è qui, un primo momento: l'acqua, uscendo con forza dalle bocche incise
nella roccia sembra conservare la furia cupa del lungo cammino sotterraneo e poi
dilaga incanalandosi nell'alveo artificiale. Ma presto si calma e scorre placida
tra verdi e fiorenti ripe su cui crescono altissimi pioppi.
Se si voltano le spalle alle alture carsiche, viene fatto di pensare a un
placido paesaggio fluviale del Veneto o della Lombardia. Verso la foce tutto
muta e si fa selvatico e solitario. Qui il tempo più bello dell'anno è quello
autunnale, con le fiammate gialle e rosse delle foglie.
Al punto in cui l'acqua del fiume si confonde con quella marina, pali di legno
segnano i confini serpeggianti dei canali tra i bassi fondali che a tratti
formano effimere chiazze brunastre di sabbia, esili barene. Fitti intrecci di
alghe vi inaridiscono, luogo di riposo per uccelli marini. Nell'acqua si
intravedono sagome scure e guizzanti di cefali, qualche sogliola si rintana nel
fondo. Risalendo il corso - l'acqua fluisce placida e lunghe alghe ondeggiano
nella corrente - si incontra una biforcazione. Un ramo si perde nella palude del
Lisert, un'altra via si addentra in una galleria formata da fitta vegetazione.
Qualche moletto marcisce soffocato dalle erbe palustri, un pioppo enorme svetta
in una piccola radura. L'aria è immobile, pregna dell'umido sentore che viene
dai canneti. Quando le rive si allargano, si vede, alta, la chiesa di San
Giovanni di Duino. L'altra chiesa, antica e grigia fra il verde delle piante,
poco discosta dalle bocche del fiume, si intona mirabilmente alla natura del
luogo, ove l'altopiano carsico, quasi sull'onda del suo fiume misterioso,
confluisce verso il mare e si placa in un connubio inedito e ricco di
suggestione.
Il Timavo
Il
Timavo, in sloveno Reka, nasce alle pendici del Monte Nevoso (Sneznik),
la cima più elevata del Carso sloveno (1796 metri). Dopo un percorso di
circa 50 km si inabissa nelle grotte
di San Canziano (Skocjanske jame); dopo 2,5 km e 25 cascate il
Timavo (il cui nome forse deriva da quello di un antico nume fluviale)
scompare nelle viscere della terra.
Percorre per tutta la sua lunghezza il Carso triestino, per poi
ricomparire con tre risorgive dopo 40 km a San Giovanni di Duino.
Il fiume riaffiora nelle vicinanze dell'abside della chiesa
di San Giovanni in Tuba, dedicata non a caso a San Giovanni Battista
e costruita nel XI secolo per volere di Ulderico sui resti di una
basilica paleocristiana. Nel 178 a.C. nella zona delle risorgive, sacra
agli antichi, Aulio Manlio Vulsone cominciò la sua guerra contro gli
Istri; da qui passava la via Gemina, che collegava Aquileia a Trieste
(ricalcando in parte l'antica via dell'Ocra).
Da qui nel 401 d.C. entrarono i Visigoti di Alarico sconfiggendo il
generale Stilicone; a due km dalle Bocche del fiume, sulle colline del
monte Hemada, ci furono violentissimi scontri durante la prima guerra
mondiale.
Nel
XIX secolo ci furono le prime esplorazioni sistematiche del corso
sotterraneo del Timavo; nacquero i cercatori d'acqua, e molti
speleologi rischiarono la vita per quello che era diventato uno dei
misteri più affascinanti dell'idrologia sotterranea; gli abitanti della
zona parlavano di acque eruttate dal terreno o di cavità soffianti.
Nel 1841 fu scoperto l'Abisso di Trebiciano, la grotta più profonda al
mondo allora conosciuta; furono esplorate poi la Grotta dei Morti, le
Grotte di San Canziano, l'Abisso dei Serpenti.
La conferma della continuità tra la Slovenia e il
Carso triestino si ottenne all'inizio del 1900, quando i traccianti
(coloranti, sostanze radioattive, e anche anguille) gettati nelle acque
alla fonte furono ritrovati alla fine del percorso. Per molto tempo il
Timavo fu considerato come il limite orientale estremo tra il mondo
romano e quello illirico non ancora sottomesso; questo ruolo di confine
gli diede un'importanza che porto' spesso alla nascita di storie
leggendarie.
Apollonio Rodio nelle Argonautiche racconta che Giasone e gli
Argonauti, in fuga dal Mar Nero con il Vello d'Oro sottratto dal bosco
sacro a Marte, riuscirono a riguadagnare il mare (e quindi la salvezza)
proprio risalendo prima il delta dell'Ister (il Danubio) e poi il Timavo.
Un altro mito racconta del passaggio di Antenore e Diomede in questi
luoghi dopo la guerra di Troia; secondo Strabone lungo il Timavo ci
sarebbe stato un bosco sacro dove in onore di Diomede veniva sacrificato
un cavallo bianco.
testo tratto da "Carso" |
 | San Giovanni in
Tuba
|
A
S. Giovanni di Duino, oltre le bocche del Timavo, si può visitare la chiesa di
S. Giovanni in Tuba risalente al XV secolo. Fu voluta dai signori del luogo, i
Walsee, nel 1483.
La zona in cui il Timavo,
il fiume sotterraneo, riappariva in superficie era per gli antichi luogo di
culto e di preghiera.Ecco una breve storia tratta da "Carso"
Strabone e Virgilio
ricordano l'arrivo alle sorgenti del Timavo di Antenore, il futuro fondatore di
Padova, che qui costruì un tempio dedicato a Diomede. Fece voto proprio al dio
Timavo, invece, il console Tuditano, fermatosi alle foci del fiume sotterraneo
prima di una spedizione militare contro i Giapidi, nel 129 a.C. Tornato
vincitore dedicò all'impresa una lapide e una statua. Sempre alle sorgenti i
fedeli si dedicavano al culto di Saturno e della Speranza Augusta.
Nell'area sorse
anche una piccola basilica, costruita verso la metà del V secolo. La basilica,
accolse le reliquie dei santi Giovanni Evangelista e Giovanni Apostolo, a cui
poi si aggiunsero quelle di San Stefano, San Biagio, San Giorgio e San Lorenzo.
Oggi di quella
splendida basilica paleocristiana ci rimangono i pavimenti a mosaico, giochi
policromi sulla base di originali motivi geometrici. La basilica, e il monastero
che era stato costruito al suo fianco, furono devastate prima dai Longobardi e
poi dagli Ungari.
Nel 1112 il
patriarca Vodolrico ordinò i lavori di ricostruzione della chiesa. In
quell'occasione furono ritrovate le preziose reliquie, poi sistemate in una
sorta di arca, che fungeva da altare principale della chiesa. L'edificio fu
modificato per volontà dei Walsee, signori di Duino, che aggiunsero
un'imponente abside gotica. Altre modifiche giunsero nel XVI e XVII secolo,
quando fu innalzato il campanile.
La chiesa di San
Giovanni in Tuba fu pesantemente danneggiata durante gli scontri del 1917: gli
affreschi andarono tutti perduti. Si è però salvato, quasi miracolosamente,
parte dell'antichissimo pavimento musivo della basilica paleocristiana.
La chiesa, ricostruita in parte dopo la seconda guerra mondiale, costituisce un
raro esempio di gotico in questa zona. Sorge sulle rovine di una basilica
paleocristiana di cui si possono ammirare i mosaici del V secolo e conserva
arredi marmorei di età paleocristiana e altomedioevale. Non è escluso che
tutto sorga sulle rovine di un tempio romano dedicato alla Speranza Augusta.
Al suo interno è possibile osservare un'abside poligonale ( a nove lati ) con
robusti contrafforti a spioventi e con cinque finestre a doppia lunetta
trilobata. Sempre all'interno, oltre un piccolo lapidario con calchi e
iscrizioni sul fiume Timavo scoperte in loco, nel presbiterio si può osservare
un pavimento a tessitura di ottagoni, simili a quelli di Grado e Aquileia, che
fa appunto parte dell'antica basilica paleocristiana.
La chiesa, pregevole costruzione architettonica, gode di un'ottima acustica:
particolarmente apprezzati sono infatti i numerosi concerti che si organizzano
al suo interno nel periodo estivo.
Nelle vicinanze è visibile il monumento intitolato "Ai lupi di
Toscana", simbolo di una fulminea avanzata militare; la prima guerra
mondiale ebbe ai piedi del monte Hermada (a 2 chilometri) uno dei suoi momenti
più tragici.
Gli Androsauri del Villaggio del Pescatore
I due beniamini di Duino Aurisina
sono Antonio e Bruno, due personaggi che vale assolutamente la pena conoscere.
Antonio e Bruno sono due dinosauri "adriatici", due adrosauri
primitivi di circa 78 milioni di anni, due vecchietti, insomma, di grande
interesse.
I
motivi per venire a scoprire Antonio e Bruno sono veramente tanti. La loro
scoperta, in una cava abbandonata al Villaggio del Pescatore, nel ben mezzo del
Carso triestino, ha riaperto lo studio della geologia locale. Grazie alla
scoperta di Antonio e Bruno si è capito che il Carso non è un antico ambiente
di scogliera, com'era praticamente certo. Il rinvenimento dei dinosauri
testimonia la presenza di vaste terre emerse che sinora non erano state
assolutamente ipotizzate. Ma non basta. Questo rinvenimento scombussola tutto
l'assetto paleogeografico delle terre emerse del periodo cretacico, aprendo
quindi nuovi sviluppi per la ricerca geologica e paleontologica, in tutto il
mondo.
Antonio, inoltre, è il primo
dinosauro completo rinvenuto in Europa. Un dinosauro, anzi un adrosauro, di una
specie nuova, ancora ignota. La scoperta, quindi, assume ancora più rilievo.
Grazie ad Antonio, quindi, il Villaggio del Pescatore si sta trasformando in un
sito di valore assoluto. Un mondo di sorprese e scoperte per gli studiosi, che
hanno trovato altri fossili di grande interesse e che continuano a lavorare con
la speranza di togliere dalla roccia altri reperti. Un mondo di sicuro interesse
anche per i semplici appassionati, i curiosi e per chi vuole scoprire il nostro
passato.
Visitare lo scavo del
Villaggio del Pescatore, infatti, è come calarsi in una puntata di "Quark".
Quando saranno create delle strutture per godere al meglio dello spettacolo
della storia, quando Antonio e Bruno saranno tirati a lucido, sarà invece come
arrivare sul set del kolossal "Jurassic Park": al Villaggio
del Pescatore, però, non ci sarà finzione. Tutto sarà assolutamente vero.
Gli Adrosauri alla fine del
Cretaceo popolarono quasi ogni regione della Terra. La loro caratteristica
principale, alla quale devono il loro nome, era la forma del muso, appiattito e
con un becco simile a quello di un'anatra.
Antonio è un giovane esemplare di
nuova specie di Adrosauri dal becco d'anatra, vissuti 80 milioni di anni fa.
Lungo quattro metri, pesante, da vivo, 700 chili. Lo scheletro, scuro, quasi
nero, dell'adrosauro risalta in maniera impressionante sui sei blocchi di roccia
bianca in mezzo ai quali è rimasto miracolosamente intrappolato per 80 milioni
di anni senza subire fratture.
Testo tratto da "Carso"
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