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Il Carso: sentieri, grotte e scienza
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Il termine Carso (Kras in sloveno e Karst in tedesco) deriva dalla parola Carsa
(Karra o Garra)
di origine preindoeuropea, che significa roccia, pietra. Infatti la grande
protagonista del paesaggio carsico è proprio la pietra, come racconta la leggenda
sulla creazione del Carso. 
Dal punto di
vista geografico, la parola Carso sta ad indicare l’altopiano, una volta
chiamato Carsia Giulia, che si estende ad Est ed a Sud –Est della città di
Trieste.
Attualmente, per ragioni politiche, il Carso è suddiviso in triestino e
sloveno.
Il Carso triestino è ristretto al solo territorio italiano e si estende per
circa 40 Km dal Monte S.Michele (Monfalcone) alla Val Rosandra per una larghezza
media di 5 Km.
La principale
caratteristica del paesaggio carsico è quella di non avere una rete idrografica
superficiale. L’unico vero corso d’acqua visibile è quello che si trova
nella Val Rosandra.
Gli altri brevi corsi d’acqua, che si possono trovare sul nostro altopiano,
scompaiono nel sottosuolo per poi ritornare in superficie dopo aver compiuto un
percorso sotterraneo, creando un paesaggio che può sembrare agli occhi di
chiunque come una terra sassosa, arida e ricca di insidie. Una terra come
questa, dura ed ostile, è di per se stessa terra di leggende, come quella che
narra l’arsura
del Carso.
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i testi sono liberamente tratti dal sito www.marecarso.it
, interware.it
e www.triestebynet.it ai quale si rimanda per ulteriori approfondimenti
Aurisina / Nabrezina
Il nome sloveno -Nabrezina- ha il significato di
"paese sul ciglione", tra Carso e mare; l'intera zona nei dintorni del
paese e' ricca di storia; gli scavi effettuati nella grotta Pocala, nella grotta
del Pettirosso e nel Riparo Zaccaria hanno infatti fornito una buona
documentazione sulla preistoria sul Carso. La pietra della Cava Romana di
Aurisina servi' per la costruzione di Aquileia e, più recentemente, per la
realizzazione di importanti edifici a Trieste, Vienna, Budapest, ma anche negli
Stati Uniti.
Nel paese di Aurisina sono interessanti alcuni edifici che mantengono intatti
gli elementi caratteristici dell'architettura carsica; tali edifici si
incontrano soprattutto procedendo, in leggera discesa, dalla piazza principale
di Aurisina, sulla prima strada a sinistra (guardando verso la facciata della
chiesa di S. Rocco): interessante e', ad esempio, una piccola piazza che ospita
la fontana e, al centro, una cisterna. Quest'ultima presenta un pozzo circolare
di dimensioni notevoli in blocchi di pietra calcarea.
Proseguendo per la strada, in discesa, e svoltando a destra alla fine, si
raggiunge il complesso edilizio contraddistinto dai numeri civici n° 30, 31 e
32: nella parte centrale si trova un'interessante costruzione, con copertura a
doppia falda, coperta da lastre di pietra; un camino costituisce un elemento
tipico della prima architettura carsica.
Percorrendo le strette strade del paese si incontrano spesso edifici e che
conservano elementi tipici dell'architettura carsica, anche se, purtroppo, molte
tra le costruzioni più antiche, hanno subito rimaneggiamenti.
Una curiosa particolarità si osserva, infine, lasciando il paese di Aurisina in
direzione S. Croce: appena superate le ultime case dell'abitato si incontrano
due colonne site ai lati della strada, che ricordano una visita a Trieste
dell'imperatore Francesco I; esse furono infatti erette in suo onore nel 1816 e
costituivano il limite territoriale della città.
vedi: http://www.comune.duino-aurisina.ts.it/turismo/ita/aurisina_info.html
Grotta del Mitreo
La grotta del Dio Mitra, nell'area
delle fonti del Timavo, è una preziosissima reliquia del passato, una finestra
sulla storia più antica.
Si
tratta di una cavità naturale in cui si praticava il culto misterico del dio
Mitra, diffuso nel mondo romano dalla fine del I secolo sino al trionfo del
cristianesimo. Al centro della grotta si trovano due banconi paralleli e tra di
essi un blocco di calcare, squadrato, su cui veniva spezzato il pane durante le
cerimonie religiose. Sulla parete di fondo trova spazio il calco di una lapide
sostenuto da delle colonnine: raffigura il dio Mitra mentre uccide il toro
primigenio.
Così recita la dedica: "All'invitto dio Mitra Aulo Tullio Paumniano offre
per la sua salute e per quella dei suoi fratelli".
Nella grotta, inoltre, sono state
trovate moltissime offerte: circa 400 monete, la più antica delle quali fu
coniata da Antonino Pio, 160 lucerne e un gran numero di vasetti, tutti databili
tra il I e il V secolo d.C. Il tempio Mitreo di Duino è l'unico, in tutto il
mondo, ad essere situato in una grotta ed è uno dei più antichi mai scoperti.
La grotta del Dio Mitra è
piuttosto nascosta ma di facile accesso. Dista circa due chilometri dalle fonti
del Timavo, in direzione di Duino.
Si percorre la statale 14, sino al bivio che porta al centro di Duino. Poco dopo
l'incrocio, sulla sinistra, si incontra una stradina che porta alla caserma
della Forestale. Raggiunta la caserma si imbocca un largo tratturo sulla
sinistra. Si prosegue e, prima di raggiungere il sottopassaggio dell'autostrada,
si imbocca il sentierino che scende verso il basso. La grotta del Mitreo è
proprio lì. Cfr: Grotta del Mitreo
I sentieri
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Sentiero dei pescatori - Ribiska Pot
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Il sentiero collega l'abitato di Aurisina con
il porticciolo di Canovella degli Zoppoli passando a non più di 50 metri dal
nostro B&B; esso è collegato al circuito didattico di Aurisina,
un itinerario circolare che inizia e si conclude presso la scuola media Igo
Gruden sull'altopiano carsico sopra la strada costiera. Si tratta di una
passeggiata nella storia, nella cultura e nella natura di Aurisina.
Sono sei chilometri tra undici punti d'interesse, scelti, selezionati e studiati
dagli allievi della scuola media statale Igo Gruden di Aurisina con il supporto
del Comune di Duino Aurisina. Il punto di
partenza è fissato davanti alla scuola, in località Aurisina
Cave 16. Si imbocca il Sentiero dei Pescatori
sino ad arrivare alla vedetta Pod Oljscico, da cui si gode un panorama
mozzafiato sul porticciolo di Aurisina.
Dopo
essere ritornati alla partenza del Sentiero dei
Pescatori ed aver imboccato il Sentiero Kugy
ci si imbatte nel terzo punto d'interesse: si tratta di una pineta con la tipica
macchia mediterranea ed evidenti fenomeni di carsismo. Si prosegue poi verso la vedetta
Liburnia, una torre piezometrica elevata ai tempi della costruzione della
ferrovia meridionale per il rifornimento d'acqua alle locomotive. Da lassù, a
177 metri d'altezza, si gode di un panorama straordinario. Ma la passeggiata è
ancora lunga.
Si esce dalla pineta e si punta verso la piazza di Aurisina,
passando davanti alla casa del poeta Igo Gruden.
In piazza San Rocco si può visitare la chiesa
parrocchiale. Dalla chiesa parte anche un viale alberato che porta al busto di
Igo Gruden, il poeta di Aurisina.
Poi si scende verso il basso, verso il centro storico del paese, dove fermarsi
nella Krzada, una piazzetta dove di può
ancora ammirare la tipica architettura carsica. Si esce poi dal paese vecchio
per spingersi verso le aree coltivate, la dolina
Liscek e soprattutto il cimitero dei caduti della Grande Guerra.
L'itinerario, perfettamente segnalato da chiare indicazioni, ritorna quindi in
paese, passando sotto l'autostrada attraverso un sottopassaggio. In prossimità
del cimitero si sale verso destra, arrivando sulla strada provinciale. Qui si fa
tappa al laboratorio marmifero, dov'è possibile conoscere uno dei tratti
peculiari della storia e della cultura di Aurisina,
il paese degli scalpellini. L'itinerario si conclude, quindi, alla scuola Igo
Gruden.
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Sentiero Rilke
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Una terrazza naturale di
quasi due chilometri affacciata sulle bianche falesie
di Duino.
Una passeggiata che affonda le sue radici nella storia, che sa di cultura e di
letteratura.
Questo è il sentiero Rilke,
uno degli itinerari più suggestivi, e accessibili del Carso triestino. Proprio
qui, infatti, amava passeggiare il poeta Rainer
Maria Rilke, ospite dei principi di Torre e Tasso.
Basta leggere le "Elegie Duinesi"
per trovare la traccia indelebile del fascino del ciglione carsico, una bianca
scogliera che si getta nel mare.
Il
sentiero Rilke inizia
dal piazzale dell'AIAT di Sistiana,
lungo la S.S. 14, al bivio per Sistiana Mare.
Si cammina, protetti da una recinzione in legno, proprio sul ciglione carsico,
ammirando la baia di Sistiana, una delle più belle e suggestive dell'alto
Adriatico. Poi ci si spinge nel cuore della pineta, per ritornare sul ciglione,
tra mare e cielo, proprio sopra la baia di Duino.
Qui lo sguardo si perde tra enormi rocce calcari modellate dall'erosione, torri
e pareti a picco sul mare. E poi, sullo sfondo, il castello
di Duino, abbarbicato ad un promontorio che sembra uscito dalle mani di uno
scultore. Il sentiero si conclude proprio nel centro di Duino, a due passi dal
castello e dal Collegio
del Mondo Unito.
Nelle giornate di cielo terso, che sul Carso sono veramente numerose, lo
sguardo, dal Rilke, si
spinge sino alle prealpi carniche, alla laguna di Grado, alle Dolomiti e alla
costa istriana. Un panorama che ricorda uno dei grandi capolavori
impressionisti.
L'ultima suggestione del Rilke
è dedicata agli amanti della storia più recente: lungo il sentiero si
incontrano delle postazioni da tiro risalenti alla Seconda Guerra Mondiale.
Reperti che oggi sono stati trasformati in originali e panoramici terrazzi
affacciati sul golfo di Trieste.
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sulle tracce della
Grande guerra
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Ceroglie,
uno dei borghi più tranquilli e suggestivi del territorio di Duino-Aurisina,
ospitava, durante la Prima Guerra Mondiale, diverse attività militari di
retrovia. L'itinerario che vi proponiamo è una sorta di viaggio all'indietro
nella storia, in una storia difficile, pesante, che sa di sofferenza ma che è
giusto, doveroso, conoscere.
Lasciato
il centro del paese si imbocca la vecchia strada bianca che collega Ceroglie
al borgo di Medeazza, girando attorno alle
pendici settentrionali dell'Ermada. Al primo
bivio si prende il sentiero di sinistra. In questa zona, nel 1996, è stato
ritrovato un deposito di munizioni austriache, un'importante testimonianza. Si
prosegue sul sentiero, in leggera salita, e si superano due doline, due
avvallamenti del terreno di natura tipicamente carsica. La seconda dolina
ospitava una serie di baraccamenti, in parte ancora visibili.
Si risale e si imbocca un vecchio camminamento che porta ad una caverna,
contraddistinta da una lapide in tedesco. Si trattava di un rifugio, in parte
danneggiato per recuperare i materiali di sostegno. Superata la caverna si punta
dritto verso la cima dell'Ermada, seguendo un
sentiero ampio e comodo. Arrivati al cartello indicante il vicino confine di
stato si gira decisamente verso ovest, imboccando il sentiero 3 del Cai.
Proseguendo lungo il sentiero ci si ritrova, dopo poco, all'imbocco della grotta
del Monte Querceto (facilmente visitabile),
che nel difficile periodo della guerra ospitava dei generatori elettrici. Si
prosegue, quindi, sempre lungo il sentiero 3, sino ad arrivare al cartello che
indica il confine di stato, a 40 metri di distanza. Dopo pochi metri, sulla
sinistra, si incontra una stradina che porta proprio alla cima dell'Ermada.
Qui ci si perde con lo sguardo fra trincee, ben visibili e resti di villaggi di
guerra.
La cima è segnalata da una moderna postazione confinaria in abbandono. Tutto
intorno, però, ci sono ancora decine di racconti della Grande Guerra. Seguendo
i solchi dei camminamenti si raggiungono caverne, osservatori blindati,
ricoveri, punti d'osservazione.
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Parco tematico della Grande Guerra
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La
prima guerra mondiale, iniziata sul fronte italo-austriaco il 24 maggio 1915,
coinvolse Monfalcone fin dal 9 giugno con l’entrata in città delle prime
truppe italiane e la contemporanea occupazione di parte delle quote soprastanti
abbandonate dai reparti austro-ungarici per posizioni meglio difendibili.
L’abitato si trasformò in retrovia accogliendo ricoveri, comandi, ospedali e
cimiteri, mentre una rete di camminamenti e le trincee di prima linea segnarono
profondamente il profilo delle alture.
Le operazioni iniziali consentirono alle truppe italiane di attestarsi sui
rilievi della Gradiscata, della Rocca e delle quote 98 e di collocare avamposti
antistanti alle zone del “Tamburo” e di quota 93 in direzione delle quote
121 e 85, che vennero contese, conquistate e perdute ripetutamente per un anno
intero, costringendo a grandi sacrifici le migliaia di uomini destinate a questo
tratto di fronte.
La caduta di Gorizia (8/9 agosto 1916) permise una lieve rettifica alla linea
avanzata italiana che inglobò le quote 121 di Pietrarossa e la 85, ribattezzata
nel dopoguerra “Quota Enrico Toti”, tenendosi in stretto contatto con il
caposaldo avversario di quota 77 di Sablici. Quest’ultimo venne superato
soltanto nel maggio 1917 nel corso della decima battaglia dell’Isonzo.
Nel tardo autunno 1917 lo sfondamento austro-tedesco a Plezzo e a Tolmino
costrinse i reparti italiani a ritirarsi dal Carso. Il 27 ottobre 1917 si
conclusero le operazioni sulle alture circostanti Monfalcone
AMBITO TRINCEA JOFFRE E GROTTA “VERGINE” (404/1063 VG)
Dopo
le operazioni iniziali dell’estate del 1915 questo complesso divenne un
sistema trincerato di seconda linea; l’uso principale era quello di
collegamento con la linea di cresta soprastante e la quota 98. La
predisposizione della linea serviva a sbarrare eventuali incursioni avversarie
in caso di sfondamento delle linee antistanti ed in particolare di quella che
dal “Tamburo” di quota 104 scendeva verso la quota 93 e quindi verso la
cava.
Il manufatto venne rafforzato in fasi successive ed attualmente risulta in buono
stato di conservazione. La particolarità principale è che lungo il suo
tracciato intercetta due grotte naturali che vennero opportunamente adattate ad
usi militari; in particolare la Grotta Vergine, così chiamata dopo il suo
fortuito ritrovamento, che è stata riattata alla fruizione turistica dal Gruppo
Speleologico Monfalconese “Amici del Fante”, rappresenta un tipico esempio
di adattamento a fini bellici di cavità naturali, non infrequenti sul Carso
della Grande Guerra.
Al suo interno vennero realizzati spaziosi terrazzamenti collegati da gradinate
e venne servita da due ingressi sbucanti direttamente nella trincea stessa.
COME RAGGIUNGERE IL PARCO
Via del Carso provenendo da Trieste:
immettersi in via Colombo, proseguire per via
Romana fino a raggiungere piazzale Tommaseo (P), dal quale si prosegue a piedi
verso via del Carso, seguendo le indicazioni stradali “parco tematico della
Grande Guerra”.
Via del Carso provenendo dall’autostrada A4:
sia dalla direzione di Trieste che da quelle di Udine e Venezia prendere
l’uscita Monfalcone Est, immettersi in via Colombo, proseguire per via
Romana fino a raggiungere piazzale Tommaseo (P), dal quale si prosegue a piedi
verso via del Carso, seguendo le indicazioni stradali “parco tematico della
Grande Guerra”.
Salita Mocenigo provenendo dal centro città:
da piazza della Repubblica (P) percorrendo tutto Corso del Popolo si raggiunge
salita Mocenigo, dalla quale si prosegue seguendo le indicazioni stradali
“parco tematico della Grande Guerra”.
Informazioni più complete
sul sito del Comune di Monfalcone
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dal Castello di Miramar a Contovello
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Dal
castello di Miramare al paese
dei pescatori, dalla città al Carso. E' questo il percorso del sentiero
da Miramare a Santa Croce,
un sentiero antico, in arenaria, percorso da generazioni e generazioni di
pescatori. Un sentiero circondato dai muretti a secco, che sale tra i pastini,
tra viti e querce. Un sentiero altamente panoramico che permette allo sguardo di
correre sino a Grado, a Punta
Sottile, a Punta Grossa e a Punta
Salvore, in Croazia.
Il sentiero, recentemente recuperato, inizia all'altezza della piccola e
suggestiva stazione ferroviaria di Miramare, a
due passi dall'omonimo castello, reggia di Massimiliano
d'Asburgo, fratello dell'imperatore Francesco
Giuseppe.
Narra la storia che l'imperatrice Elisabetta
d'Austria, Sissi, in occasione delle sue visite a Miramare
amasse percorrere questo ripido sentierino, sino ad arrivare alla graziosa
chiesetta della Madonna della Salvia, a Contovello.
Tra terrazzamenti, gradini, punti panoramici, campi e orti il sentiero
s'inerpica sino ad arrivare proprio a Contovello,
un borgo antico, medioevale. Da qui un sentiero, stretto nel bosco, porta a Santa
Croce.
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il sentiero Riselce
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Riselce
è un sentiero didattico naturalistico ricco di punti informativi che offrono
una panoramica completa sulla flora, la fauna, l'architettura, l'archeologia e
la geologia della zona di Sgonico.
La
partenza, ben segnalata da un diorama, è posta davanti al municipio di Sgonico.
Ci si incammina sulla strada asfaltata, in direzione di Prosecco, passando
davanti all'Orto Botanico
Carsiana.
Poco più avanti, prendendo il primo incrocio e girando a sinistra, si incontra
il secondo punto informativo, dedicato alla descrizione di un boschetto di
carpino nero e rovella. Si prosegue seguendo le indicazioni del sentiero, sino
ad arrivare ad altri tre punti informativi. Scendendo un po' si incontra il
cartello informativo dedicato al margine boschivo, dove in primavera fioriscono
le peonie e il dittamo. Un vero spettacolo della natura.
Inoltrandosi nella pineta si trovano i cartelli descrittivi dedicati alla dolina
e al bosco di rovere. Poco più avanti, oltre una salita, si arriva sul bordo
della grande dolina Riselce, profonda circa 50
metri. Un punto informativo ne spiega la caratteristiche peculiari.
Si tratta di una dolina profonda circa 50 metri, probabilmente originata da
lenti fenomeni di crollo dei soffitti di cavità antichissime, dovuti a un fiume
sotterraneo. Un ambiente in cui si sono sviluppate un bel numero di nicchie
ecologiche, capaci di dare rifugio ad una fauna specifica, spesso endemica.
I punti informativi, prima di arrivare alla conclusione del sentiero, sono
ancora una decina. Si passa dal campo di robinia a un ghiaione, da un tratto di
boscaglia conquistata dal sommacco ad alcuni ponti naturali in pietra, scavati
dall'acqua. Con il ventesimo punto informativo il sentiero si conclude. Si esce
dalla boscaglia e si arriva sulla strada asfaltata. Puntano verso sinistra si
ritorna a Sgonico, girando verso destra ci si
dirige verso Rupinpiccolo.
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il
sentiero Slivia
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Il sentiero
che collega Aurisina
al castelliere di Slivia
è una delle passeggiate più suggestive per toccare con mano la preistoria
carsica, scoprendo grotte che celano tesori di enorme valore e uno dei
castellieri più belli di tutto il territorio. Il sentiero prende il via dal
paese vecchio di Aurisina,
da dove parte una stradina sterrata che supera il sottopassaggio autostradale.
Si prende quindi il sentiero sulla sinistra che, superato il cavalcavia
ferroviario, entra nella pineta. Si prosegue tenendo la sinistra, sino ad
arrivare, dopo 200 metri circa, ad un varco nel muretto a secco che costeggia il
sentiero.
Si
scende nella dolina dove si apre la grotta Pocala,
scrigno senza fondo di reperti paleontologici. Nella Pocala, infatti, sono stati
rinvenuti reperti del neolitico e del paleolitico medio. Ripreso il sentiero si
punta verso nord, arrivando, dopo una breve salita, l'ingresso della grotta
Linder, chiusa ma visitabile su prenotazione (informazioni allo
040/630464 o 040/635500).
Subito dopo si lascia il sentiero per deviare a sinistra, attraverso un varco
nel muretto a secco. Si trova un'altra traccia, che si sviluppa prima tra la
vegetazione più bassa, poi, spingendosi verso nord, esce a fianco di una
dolina. Alla fine si sbuca su un sentiero da cui si nota immediatamente, sulla
sinistra, l'imponente figura del castelliere di Slivia.
Il castelliere è una costruzione della media età del Bronzo, una sorta di
cinta muraria che cinge la zona più elevata delle alture in posizione
strategica. Queste strutture nascondevano in genere dei prati, una base ideale
per capanne con muri a secco e tetto in paglia. Nell'area carsica i castellieri
furono abitati sino al V secolo a.C. Al loro interno sono stati trovati numerosi
reperti (visibili al Civico Museo di Storia Naturale e al Civico Museo di Storia
e Arte), che hanno permesso di ricostruire, piuttosto precisamente, la vita e
gli usi dei loro abitanti.
Il Castelliere di Slivia, è uno dei castellieri
più noti e studiati. Molto del suo sviluppo è celato dalla vegetazione ma i
rilievi parlano chiaro: la cinta interna misura 270 metri, con uno spessore di
2,15 metri, il muro esterno ha una lunghezza di circa 300 metri.
Gli scavi al Castelliere di Slivia hanno permesso
di scoprire materiali dall'epoca dal Bronzo medio all'età del Ferro per
arrivare poi a resti ceramici di epoca romana.
Dopo aver ammirato il Castelliere di Slivia si
ritorna sul sentiero. Proseguendo si esce sulla strada asfaltata che collega Slivia
a San
Pelagio.
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la Napoleonica
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La
passeggiata Napoleonica
ha una lunga storia alle spalle. La Napoleonica,
in realtà fu dedicata, nel 1935, a Nicolò
Cobolli, uno dei grandi alpinisti triestini. Non si
tratta di Napoleonica, quindi, ma di Sentiero
Cobolli. Tutti, però, la conoscono per Napoleonica,
perché si riteneva che fosse stata aperta dalle truppe napoleoniche. Una
leggenda, una voce popolare, che non ha fondamento storico. Ha ancora un altro
nome: Strada vicentina.
La
Napoleonica si sviluppa per cinque chilometri e
mezzo, da Opicina a Prosecco.
E' una passeggiata tutta disegnata su un ampio sentiero, quasi un viale, facile
e molto piacevole. Si parte dall'Obelisco, il
simbolo di Opicina, il monumento fatto erigere dal Corpo Mercantile di Trieste,
nel 1830, in onore di dell'imperatore d'Austria-Ungheria Francesco Giuseppe, a
Trieste per l'inaugurazione della nuova strada Commerciale. Dopo circa un'ora,
senza fatica, si arriva a Borgo San Nazario,
una frazione di Prosecco. Volendo la passeggiata può proseguire, su un sentiero
comodo e piacevole, sino al Tempio Mariano di Monte
Grisa.
La Napoleonica ha una storia lunga, che si
interseca nella vita quotidiana della gente del Carso. Nacque nel periodo
medioevale, come strada di collegamento tra Opicina e Prosecco. Si passava in un
fitto bosco di querce, oggi completamente scomparso. Poi, nel 1821, presero il
via i lavori di costruzione di una strada carrozzabile che, sfruttando il
sentiero, doveva collegare i paesi del Carso a Trieste. Il progetto, però, fallì
miseramente. Gli operai proseguivano a suon di mine, cercando di sgretolare, con
enorme fatica, il calcare. Così, con vari riassetti, si è arrivati alla
risistemazione del Cai, che ha trasformato un sentiero in una vera e propria
passeggiata panoramica, accessibile a tutti, esposta al sole e protetta dalla
bora, circondata dalle foglie vivaci del sommaco, che esplodono di rosso in
autunno, e dal profumo della salvia selvatica.
Una passeggiata assolutamente godibile, quindi, anche in pieno inverno.
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sul monte Cocusso
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Da Trieste ci si dirige in direzione del
confine di Stato di Pese verso Fiume / Rijeka: l'inizio del percorso si trova
tra la località di Basovizza e quella di Pesek, presso il motel Val Rosandra.

Dal piazzale del motel ci si dirige in
direzione di San Lorenzo e dopo un centinaio di metri s'incontra sulla sinistra
un sentiero in discesa che s'inoltra in un bosco giovane su un terreno calcareo,
da qui si prosegue fino a sbucare sulla statale 14 che porta a Pese, e
dall'Hotel Touring ci si immette in un sentiero segnalato dai colori
bianco-rosso. Seguendo queste indicazione ci si ritrova a Grozzana, località
carsica nel comune di San Dorligo della Valle, da dove si riparte a destra verso
il Monte Cocusso, seguendo per un breve tratto il sentiero segnato dai colori
bianco-blu. Si arriva così al punto che indica il Monte, dal quale si può
godere un'ottima vista panoramica della costa e delle catene montuose del
Nord-Est. Da qui si scende attraverso delle pinete con esemplari di abete rosso,
ciliegio e acero, fino a giungere alle falde del monte, dove si prosegue verso
sinistra fino ad un piazzale nei pressi della statale 14. Quasi alla fine del
percorso trovate l'agriturismo Horse farm.
Arrampicata
libera (Free climbing)
Non è
difficile, passeggiando sulla Napoleonica o soffermandosi nei dintorni della
"Galleria naturale" sulla strada costiera vedere gli arrampicatori in
azione: vi segnaliamo un sito dove potete trovare informazioni dettagliate sulle
pareti più stimolanti: Trieste on
sight o nel caso la nuova versione non sia ancora attiva Trieste
on Sight Old
Trieste e dintorni
in bici

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Bike tour da Basovizza a San Canziano (Skocjan)
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Alle spalle di Trieste, l'altopiano carsico
offre una miriade di itinerari adatti all'uso della bici. Alcune località
meritano però una visita dedicata, sia per la bellezza naturalistica che per
l'importanza storica e culturale che vantano. Tra queste vi sono l'Equile di
Lipizza ( tel. 00386 5 739 15 80) e le Grotte di San Canziano (Skocjanske Jame,
tel. 00386 5 70 82 100).
Partendo da Basovizza (raggiungibile con
l'auto o con il tram per Opicina ed una breve pedalata lungo la Strada
provinciale), si arriva al valico italo-sloveno di Lipizza. Da qui uno sterrato
porta direttamente agli ampi pascoli dell'equile lipizzano, famoso nel mondo per
l'allevamento e l'addestramento dell'omonima razza di cavalli, preferiti dagli
Imperatori d'Austria per bellezza ed intelligenza. Sono visitabili le scuderie
ed il complesso equestre. Si prosegue verso Corgnale( Lokev) e da qui un altro sterrato ci porta a San Canziano. Qui il fiume Reka si
inabissa e riemerge (dopo 35 km di corso sotterraneo) vicino al mare presso S.
Giovanni di Duino, con il nome di Timavo. La visita, a
pagamento, dura circa un'ora e mezza e si sviluppa attraverso ampie sale ricche
di stalattiti, stalagmiti, colonne, veli ed altre formazioni calcaree. Il
rientro in bici attraverso stradine secondarie, in parte sterrate, fino
all'abitato di Cosina (Kozina). La strada principale porta al confine di
Pesek-Kozina e dopo pochi chilometri si giunge a Basovizza.
Volendo continuare a pedalare, lontano dal traffico e in ambienti di particolare
valore naturalistico, si può proseguire verso la pista ciclo-pedonale della Val
Rosandra. Superato il valico di Pesek-Kozina, una strada porta all'abitato di
Draga S. Elia, da dove comincia un ampio percorso, sistemato ed attrezzato sul
sedime ferroviario della linea che congiungeva la stazione di Trieste-Campo
Marzio con Cosina. La ciclopista è in leggera discesa, lungo tutto il Parco
Regionale della Val Rosandra. Il suo aspetto di valle alpina, a pochi chilometri
dal mare, e le sue pareti scoscese hanno da sempre suscitato l'interesse di
botanici ed alpinisti: percorsi ben attrezzati per l'arrampicata sono
predisposti nelle zone più interessanti. La ciclopista prosegue toccando le
località di S. Antonio in Bosco e prossimamente arriverà fino al quartiere
triestino di S. Giacomo.
Caratteristiche del percorso: durata 4 ore (+ 1 ora e 30 min.) - km 33 (+ 15 km)
- vari saliscendi non impegnativi; tratti su sterrato per complessivamente 7 km
- percorribile con Mountain-Bike e City-bike.
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Bike tour - Da Muggia a Capodistria (Koper) e
ritorno
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Muggia e i suoi dintorni, unici lembi d'Istria
in territorio italiano, fanno da cornice a questo itinerario cicloturistico che
si snoda, lungo il mare e sulle colline retrostanti la cittadina, fino alla città
di Capodistria in Slovenia.
Si può raggiungere Muggia anche con
un'imbarcazione che trasporta persone e biciclette partendo direttamente dalle
Rive di Trieste.
Giro in bici nel centro di Muggia (vedi questa guida alle pagine dedicate all'Istria):
la piazza principale, con il Duomo ed il loggiato del Municipio, i resti del
castello e delle mura, l'antico mandracchio, la casa in stile veneziano. Si
prosegue lungo il mare, in direzione di S. Rocco, ove è sorto un moderno centro
nautico, ben inserito nel contesto architettonico e naturalistico circostante.
Pedalando lungo la costa muggesana si giunge al confine italo-sloveno di S.
Bartolomeo. Superato il confine si raggiunge Ancarano (Ankaran), località
balneare famosa soprattutto come centro di cura; si prosegue svoltando a destra
e si attraversa una pianura bonificata delle ex saline. Raggiunto il paese di
Bertocchi (Bertoki), ci si dirige verso Capodistria, lungo la vecchia strada che
la congiungeva a Trieste. Capodistria è un antico centro, ora capoluogo della
provincia litoranea slovena. Ha un impianto urbanistico tipicamente veneziano,
simile a quello di altre cittadine della costa istriana e dalmata, che un tempo
erano dominio della Serenissima. Si ritorna verso Rabuiese (Skofije), abitato
ubicato vicino al confine italo-sloveno di Rabuiese, lungo una salita non molto
impegnativa. Rientro a Muggia lungo una stradina secondaria.
Variante più breve, ma ciclisticamente un po'
più impegnativa, attraverso i colli che dominano Muggia: superato il valico
confinario di S. Bartolomeo, dopo poche centinaia di metri si incontra una
stradina che porta sulle colline di Crevatini (Hrvatini). Dalla strada si godono
ampi panorami sul Golfo di Capodistria e sul litorale sloveno, fino a Pirano (Piran).
L'ambiente agreste, coltivato anche a vigneto, uliveto e frutteto, rende
piacevole la traversata in quota, da Kolomban a Jelarji. Lungo la strada si
possono gustare il Malvasia, tipico vino della zona e altre specialità istriane
e slovene. Una veloce discesa porta da Jelarji al valico di Rabuiese, per
rientrare a Muggia.
Caratteristiche del percorso: itinerario lungo, durata 4 ore - 38 km -
una salita prima di Skofije, 2 km.- variante breve: durata 3 ore - 21 km. - una
salita tra S. Bartolomeo e Hrvatini-Crevatini, 3 km. - tour su strada asfaltata
- percorribili con Mountain-Bike o City-Bike.
Ulteriori informazioni ed aggiornamenti su www.turismo.fvg.it:
Trieste
e dintorni in bici
Carsiana
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L’orto
botanico Carsiana si trova sulla strada che da Sgonico porta a Gabrovizza e
occupa una superficie di 6000mq. Il parco che comprende una dolina, un tratto di
landa carsica e una cavità con pozzo d’accesso, è particolarmente suggestivo
per la varietà di esemplari di flora carsica che vi si possono ammirare.
L'area di provenienza delle specie visibili nel giardino corrisponde
al territorio compreso tra le foci del Timavo, la valle del Vipacco, i Monti
Auremiano e Taiano, e la foce della Dragogna; in questo territorio di 1100
chilometri quadrati sono presenti circa 1.600 specie botaniche, e "Carsiana"
nei suoi 5.000 metri quadrati ne ospita più di 600.
É
possibile visitarlo il sabato e la domenica da maggio a settembre.
La chiesa di S. Michele a Sgonico ha subito, nel corso dei secoli, modifiche
radicali ed è stata più volte ampliata. La facciata presenta un portale ad
arco ribassato, con angoli a bassorilievo. L’ adside è pentagonale e il tetto
ha conservato tuttora l’originale copertura in pietra.
Il campanile, staccato, presenta una cella campanaria con bifora e tamburo
ottagonale sovrastante che risale al 1500 e dalla sua sommità si può vedere
buona parte del Carso.
Degna di nota è anche la suggestiva chiesetta di Samatorza del XVIII sec.,
immersa nel vicino bosco.
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"Carsiana" è stato fondato nel
1964, su iniziativa di alcuni studiosi ed appassionati della flora carsica. La
località dove si trova il giardino è stata scelta per le sue caratteristiche
naturali, che ripropongono il tipico ambiente carsico, con un'ampia dolina,
pozzi naturali, e fenomeni di carsismo superficiale (quali grize e campi
solcati). Il nome "Carsiana" venne scelto perché
l'intento era quello di raccogliere e conservare le specie vegetali più
significative del Carso.
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Nell'allestimento del giardino si è rinunciato
al criterio tradizionale di ordinare le collezioni di specie sulla base della
sistematica botanica; questa impostazione ha una sua precisa funzione didattica
nell'ambito delle istituzioni scientifiche, ma in questo caso si è scelto di
rivolgersi anche ad un pubblico più vasto, presentando le varie specie nei loro
rispettivi ambienti naturali.
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A "Carsiana" si ritrovano quindi gli
ambienti più tipici del paesaggio carsico, quali la landa, la boscaglia e il
sottobosco, la dolina, la vegetazione rupestre e dei ghiaioni. La dolina, grazie
al ristagno di aria fresca e umida sul fondo, ospita anche specie
rappresentative del Carso montano interno. Ogni ambiente è descritto con dei
pannelli esplicativi, mentre per ogni specie una tabella segnala il nome
scientifico, quello volgare, la famiglia d'appartenenza, e il periodo di
fioritura. |
"Carsiana" è un prezioso strumento
di conoscenza della vegetazione del Carso. Una visita al giardino può risultare
interessante sia per gli studiosi di botanica, che per i turisti appassionati di
ambienti naturali, che in contesti di educazione e divulgazione ambientale per
le scuole e le comunità.
Testi liberamente tratti da Triesteincontra
e Camera di Commercio di Trieste
Grotta Gigante
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Ad appena 15 km dalla città
di Trieste, sul Carso Triestino, si trova la Grotta
Gigante, con la più
grande caverna turistica del mondo, aperta al pubblico dal lontano 1908.
Situata presso l’omonimo paese, è facilmente raggiungibile dalla città
anche con l’autobus o con il vecchio Tram
di Opicina. L’immensa sala è alta 107 metri, lunga 280 metri e
larga 65 metri.
Un comodo ed ardito sentiero ed una suggestiva illuminazione elettrica
permettono una piacevole visita di circa 45 minuti. Ricca di concrezioni
calcitiche, la più alta delle quali misura ben 12 metri di altezza,
permette al turista di dare uno sguardo a quel meraviglioso ed incantato
mondo sotterraneo che sono le grotte.
Per le sue eccezionali caratteristiche e per la temperatura costante
tutto l’anno nella Grotta Gigante sono stati collocati due pendoli
geodetici alti circa 100 metri (i più lunghi del mondo) e altri
strumenti scientifici. Alla Grotta è annesso il Museo di Speleologia
che, oltre a vari reperti speleologici, geologici, paleontologici,
comprende anche alcuni pregiati pezzi archeologici locali ed una
raccolta di manifesti della Grotta. All’esterno si trovano due ampi
parcheggi. Le visite si effettuano con comodi orari e guide esperte. |
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Chiuso il 1°
gennaio, il 25 dicembre e tutti i lunedì non festivi ad eccezione dei
mesi di luglio ed agosto.
Per informazioni sulle visite: tel. e fax 040/327312
Per ulteriori
informazioni:
COMMISSIONE
GROTTE "Eugenio Boegan"
Direzione della Grotta Gigante
via di Donota 2 Trieste
tel. 040 630464 - fax 040 368550 e-mail: boegan@tin.it
SOCIETÀ ALPINA DELLE
GIULIE
Sezione di Trieste del Club Alpino Italiano
Commissione Grotte “E. Boegan”
GROTTA
GIGANTE
Tel. 040 327312 - Fax 040 368550
Borgo Grotta Gigante - Sgonico (Trieste)
Uscita
autostrada: da Venezia: Sgonico, per Venezia: Prosecco
GRUPPO
TRIESTINO SPELEOLOGI
Sede Sociale via Settefontane, 44/A - 34141 Trieste |
Contovello: il villaggio sui resti
di un vecchio castello
Il castello di
Contovello sorgeva su una dorsale arenacea prospiciente il mare, a quota
452.
Di
questa costruzione esistono oggi pochi ruderi presso il cimitero del
villaggio, e precisamente un basso tratto di muro, formato da grossi conci
di arenaria, addossato ad una notevole maceria. Riguardo a questa maceria,
alcuni anni fa il prof. Lonza espresse l'opinione che si trattasse di un
tumulo preistorico da collegare al castelliere che esisteva in quella zona.
Effettivamente un modesto scavo di assaggio ha restituito frammenti di
ceramiche preistoriche. Sembra quindi probabile che nella costruzione del
castello, ovvero di una torre, sia stato incorporato anche un tumulo
preistorico.
Il castello, nelle
cronache antiche, viene chiamato "Torre di Moncolano" e,
secondo i nostri storici, ebbe una parte importante nella difesa di Trieste.
Il Caprin scrisse che il castello chiudeva praticamente la strada di
ponente, che dall'altipiano carsico scendeva a Barcola e poi a Trieste, cioè
l'antica strada aperta già dai Romani per congiungere la città con la via
Gemina.
Sembra fosse un
castello poderoso e ben munito. La sua origine ci è ignota. Secondo la
tradizione, sembra fosse stato costruito sulle vestigia di un castello
romano, che a sua volta era stato eretto nell'area del castelliere
preistorico. La sua vastità è provata dal fatto che, nella guerra fra
Trieste e Venezia del 1368-69, il castello conteneva "100
cavalli", intendendosi 100 cavalieri, il che presuppone un numero
ben maggiore di fanti. Durante quella guerra Moncolano e Moccò favorivano
l'ingresso delle vettovaglie nella città assediata. Per queste ragioni il
Michieli, che guidava l'armata veneziana, fu costretto a prendere d'assalto,
il 25 febbraio 1369, il castello di Contovello, che fu espugnato dopo tre
ore di assedio.
Nelle mani dei
Veneziani restò fino al 1380, quando venne preso d'assalto da un potente
esercito friulano. Non è ricordato invece nessun assedio nella guerra
contro Venezia del 1463, poiché Moncolano era presidiato dagli armigeri dei
Duinati e quindi non era nelle mani dei Triestini. Comunque, nella pace
mediata da Enea Silvio Piccolomini, tra le varie condizioni dettate dai
Veneziani vi era pure la restituzione di questo castello, naturalmente
assieme agli altri della zona.
La storia locale
ricorda un ultimo assedio, sostenuto vittoriosamente da questo castello nel
1485, ad opera di un esercito ungherese guidato da Erasmo di Luogar o Lueghi.
Sconfitto due volte dai Triestini guidati da Gaspare Rauber, Erasmo si
rifugiò nel suo castello
di Predjama, costruito dentro una grotta, dove morì nell'assedio posto
dai nemici.
In definitiva,
vediamo che anche il castello di Moncolano ha una storia abbastanza simile a
quella di Moccò
e di San
Servolo, feudi iniziali dei vescovi tedeschi e quindi passati nelle mani
del Comune. Ciò che meraviglia in questo caso sono le poche notizie
pervenute fino a noi, soprattutto se si pensa che il castello sorvegliava il
passo e la strada che mettevano in comunicazione l'altipiano carsico e la
piana sottostante: un luogo quindi di notevale importanza strategica.
Sarebbe logico pensare che il castello sia rimasto nelle mani di un
feudatario, specialmente dopo il passaggio di Trieste agli Absburgo, visto
anche che la zona era abbastanza ricca per le pregiate qualità di vino
prodotte. Il castello di Moncolano - che deve il suo nome, a detta del
Kandler, al popolo dei Monocoleni, abitatori della zona nel periodo romano
di cui, naturalmente, non possediamo alcuna notizia storica - come è privo
di atto di nascita, cosi è privo di certificato di morte. E' menzionato in
documenti fino al 1600, e ciò è strano, perché è proprio in quel periodo
che i castelli smettono di avere una funzione strategica a causa della
diffusione delle armi da fuoco e sono trasformati, come quello di Duino,
in ville o ricche dimore residenziali. Si potrebbe perciò pensare che nei
corso del XVII secolo il castello sia stato abbandonato e sia andato
distrutto senza gloria e senza ricordo.
Se visitiamo il
villaggio di Contovello, pur con i cambiamenti che esso ha avuto in questi
ultimi anni, ci accorgeremo che l'abitato presenta alcune caratteristiche
che lo rendono diverso dagli altri centri del Carso. Ad una prima
impressione, può sembrare che la differenza sia tutta nel materiale
impiegato nelle costruzioni, che qui è la pietra arenaria, che si lascia
lavorare più facilmente e dalla quale si ottengono presto conci squadrati.
Ma un esame più attento mostra che anche la disposizione del tessuto urbano
è diversa e richiama alla memoria quella delle cittadine medioevali, sia
per lo sviluppo delle sue viuzze sia per la compattezza dell'abitato, che è
di forma allungata con le case allineate entro un perimetro ben definito.
Proprio questa tessitura suggerisce l'idea che le case esterne abbiano
inglobato un muro di difesa perimetrale, come è parzialmente accaduto a
Muggia. Anni fa ho avuto modo di esaminare in una cantina un poderoso muro
con una scarpa massiccia, come erano le opere fortilizie del XIV secolo.
Inoltre a Contovello, come appare anche dalle vecchie mappe catastali
degl'inizi del 1800, c'è una porta con un lungo androne sostenente una
costruzione. Si tratta forse di una porta di accesso, come quella di Muggia.
Dal laghetto
prospiciente il villaggio di Contovello parte il sentiero
che collega quest'area carsica con il parco del castello di Miramar.
Monte Grisa
Il Tempio Mariano si
erge sul crinale del Monte Grisa a 350 m sul livello del mare. E' ben visibile a
chi giunge a Trieste dal mare , a chi arriva in treno e a chi percorre la strada
costiera.
Questo edificio fu eretto con le offerte di tutti i
fedeli italiani come voto fatto dall' Arcivescovo di Trieste, Mons.Santin, alla
Madonna per la protezione ricevuta per l'intera citta' durante i bombardamenti tedeschi del 1945.
La posa della prima pietra , 19 settembre 1959 sotto la direzione dell'ing.
Pagnini, avvenne con l'arrivo a Trieste del simulacro della Madonna di Fatima,
una copia della quale si trova ora nel Santuario.
I lavori iniziarono nel
1963 e si conclusero nel 1966. La chiesa, davvero maestosa, presenta una base a croce con i lati di 60 metri e
un'altezza di 45 metri. La caratteristica architettura a moduli triangolari si
intreccia esternamente ed internamente.
Repentabor / Monrupino
La
zona di Repentabor è ricca di boschi e di vegetazione carsica, la popolazione
ha conservato ancora oggi le tradizionali attività agricole ed artigianali.
Notevole è la produzione vinicola e l’estrazione dei marmi molto pregiati e
conosciuti in tutto il mondo. Rilevante è anche la produzione del formaggio Tabor nel caseificio di Zolla. Nei paesi di Rupingrande e di Zolla rimangono
ancora numerose le testimonianze dell’architettura carsica. La
più notevole è la Casa carsica a Rupingrande, dove si possono vedere i
costumi, gli attrezzi agricoli e i mobili del secolo scorso.
La rocca di Monrupino è sicuramente l’attrattiva turistica del Comune più
conosciuta. Dapprima castelliere preistorico, nel XV sec., durante le invasioni
dei Turchi, fu fortezza inespugnabile e diede rifugio alle popolazioni e al
bestiame.
Pur non essendo un castello vero e proprio,
è veramente piena di fascino la fortificazione esistente sul colle di Monrupino,
a quota 418. Monrupino è una collina piuttosto erta, posta a cavallo della
sella attraverso la quale passa la strada che dall'altipiano carsico triestino
porta a quello di Brestovizza. In questa posizione così strategica, posta cioè
a guardia del varco aperto nella catena dei Vena, fin dalla preistoria andò
sviluppandosi un castelliere
che, in seguito a successivi ampliamenti, divenne il più grande del territorio,
vantando uno sviluppo di 1600 metri di cinte. Esso è stato oggetto di studio da
parte del prof. Lonza. La parte culminante, spianata e terrazzata sul lato
meridionale con un muro di sostegno alto parecchi metri, venne sfruttata,
secondo la tradizione, dai Romani, che vi costruirono un castello, di cui oggi
non esiste traccia.
Sembra che nel XIII secolo venisse
costruita una chiesetta, di cui non sappiamo molto. Notizie, peraltro non
confermate, parlano di alcuni edifici religiosi appartenenti all'Ordine dei
Templari, precedenti quindi il 1312, anno in cui l'Ordine venne soppresso. Un
documento del 1316 parla di una cappella, di cui non si hanno altre notizie. Una
nuova chiesa venne costruita nel 1512, ed anche questa costruzione subì
parecchie modifiche; una di queste risale al 1802, quando venne eretto l'attuale
campanile, alto 19 metri. L'archivio della chiesa risale al 1512 ed è il più
antico della zona
Quando divenne reale il pericolo delle
scorrerie turche, gli abitanti del luogo eressero intorno alla chiesa un rozzo
muro, non molto spesso, ma con un legante molto tenace; la costruzione a quei
tempi, con voce slava, veniva chiamata tabor. Il tabor di Monrupino servì
egregiamente allo scopo di proteggere gli abitanti del luogo, in quanto i Turchi
- in realtà si trattava di bande di predoni bulgari, morlacchi ed anche slavi
di religione musulmana - venivano in questi territori esclusivamente per fare
razzie, e quindi non ponevano assedi. Una buona difesa era quindi sufficiente a
scongiurare il pericolo. Lo prova il fatto che, in una scorreria del 1470, i
Turchi incendiarono e depredarono il villaggio di Prosecco, che evidentemente
non era difeso da un castello, e non toccarono Contovello protetto invece da
robuste mura. In quell'occasione i Turchi si accamparono anche fuori delle mura
di Trieste, e i cittadini, temendo per le loro vigne, uscirono in 360 a dar
battaglia. Le bande di predoni si ritirarono allora nella piana di Zaule e di lì
tornarono ai luoghi di partenza
L'accesso al Tabor di Monrupino avveniva per la porta
attuale, che allora era difesa da un baratro superabile con un ponte
levatoio, così come ci viene descritto dal canonico Pietro Rossetti nella
sua Corografia di Trieste del 1694.
Oggi sul piazzale che chiude il lato est, partendo dal
muro dell'abside, si nota un tratto di muro del tabor lungo una decina di
metri. Interessante è pure la casa parrocchiale, di forma goticheggiante,
costruita nel 1559. Più antica risulta invece essere la "Casa del
Comune" eretta sul finire del 1400 sopra un basamento di roccia alto
circa 3 metri: vi si accede per una scala esterna. Tra la Casa del Comune e
la chiesa c'è la vecchia cisterna, oggi in disuso. Il piazzale della
chiesa, circondato da una balaustra di pietra sistemata con gli ultimi
lavori di restauro, è uno dei più grandiosi belvedere che ci siano sul
Carso, aperto su tutti e quattro i punti cardinali. Particolarmente
suggestiva è la visione del quadrante nord, con le montagne e
l'inconfondibile sagoma del Monte Nanos.
Cfr: La Rocca di Monrupino
Durante i mesi estivi la rocca è sede di numerose manifestazioni culturali, tra
le quali la più conosciuta è sicuramente quella delle nozze
carsiche che si svolge ogni due anni nel mese di agosto. I
festeggiamenti si protraggono per quattro giorni e raggiungono il loro culmine
il giorno delle nozze, celebrate secondo l’antica tradizione carsica del
secolo scorso. Alle nozze molti partecipano con il costume tradizionale ed in quest’occasione nei luoghi di ristoro del paese vengono offerte le tipiche
prelibatezze carsiche. Un appuntamento annuale invece quello della mostra del
terrano - tipico vino rosso del Carso - che si svolge la seconda domenica del
mese di luglio a Rupingrande.
La
Rocca di Monrupino fu prima castelliere preistorico, poi castellum
fortificato romano ed infine fortezza inespugnabile contro i Turchi. Nel 1512,
al posto di un precedente edificio sacro, venne edificata la chiesa dedicata
alla Beata Vergine.
La chiesa presenta una navata ed un’abside poligonale, sul portale si notano
alcune tracce di affreschi risalenti, probabilmente, al XVII sec., la copertura
è in lastre di pietra. La torre campanaria, addossata alla facciata,
costituisce l’ingresso alla chiesa ed ha un’altezza di 19 metri.
Nel paese di Rupingrande si può visitare la Casa carsica che è un
tipico edificio risalente al secolo scorso e presenta elementi importanti
dell’architettura dell’altipiano: la corte con piccolo annesso rurale, cui
si accede tramite il portale architravato e riquadrato in pietra bianca
lavorata, il pianoterra con cucina e focolaio, il piano superiore con una scala
in pietra ed il ballatoio; il tetto presenta una parte in lastre di pietra ed
una in coppi.
Le visite si possono fare da Pasqua alla
prima settimana di novembre, la
domenica e tutti i giorni festivi. Raggiungibile dalla strada provinciale che da Opicina va a Monrupino è la dolina
di Percedol, una valle con particolare struttura del terreno: sul fondo
della dolina c’è il lago, non molto grande: misura 30 metri di diametro, ma
ha carattere perenne, tanto che ospita varie specie di piante acquatiche tra cui
le ninfee.
Percedol è, tra le doline del Carso, una
delle più vaste e profonde. Ha una profondità di 34 metri e il particolare clima fa di questa dolina un
ambiente a se stante.La temperatura scende di circa 1° grado per ogni 10 metri
di profondità, l'escursione termica è molto evidente in quanto scendere in
questa dolina è come risalire un'altura di 430 m.
Questa particolare caratteristica climatica
influenza direttamente la distribuzione delle specie vegetali e la presenza
faunistica. Man mano che si scende verso il
fondo della dolina (il declivio che porta al fondo della dolina è abbastanza
dolce, senza difficoltà) si nota che la boscaglia carsica cambia completamente
tanto da essere chiamata "bosco di dolina".
Al posto del Carpino nero e della roverella troviamo dominante il Carpino bianco
e la Renella, nel sottobosco troviamo la primula (primula Vulgaris), e tutti i
fiori tipicamente montani come gli anemoni; queste specie fioriscono
precocemente in primavera proprio per sfruttare la luce del sole prima che gli
alberi emettano le foglie nonostante la temperatura risulti ancora bassa.
Arrivati in fondo
alla dolina troviamo una radura pianeggiante e uno stagno di 30 metri di
diametro e 2 metri di profondità. Sopra lo specchio d'acqua possiamo notare la
presenza della ninfea bianca che
in estate rallegra con i suoi grandi fiori bianchi l'ambiente. Inoltre troviamo
ai lati dello stagno la mazza sorda pianta alta da due a tre metri con
infiorescenze a forma di manicotto.
Si sa dove c'è
acqua c'è vita e difatti lo stagno è ben popolato da insetti come la libellula
tra cui la Aeschna cyanea e la anax Imperator che possono arrivare a 10 cm
di lunghezza. Notiamo inoltre la presenza di idrometre somigliano a dei piccoli
regni dalle lunge ed esili zampe con le quali si muovono sull'acqua sfruttando
la tensione superficiale del liquido.Tra i vertebrati troviamo pesci come la Carpa,
la Tinca e da rettili come il
Terrapin dalle orecchie rosse, tartarughe di origine americana che però hanno
modificato l'equilibrio ambientale, la biscia dal collare predatori sia delle
larve degli anfibi sia che degli adulti.
Sono però gli anfibi ad essere presenti in gran quantità e varietà: La rana
agile, il tritone punteggiato, tritone crestato, le raganelle, i rospi comuni e
la rana verde. Predatori occasionali degli anfibi sono
l’allocco, la faina e il tasso.
Basovizza: la foiba
Percorrendo
la strada che da Basovizza porta a S. Lorenzo, sulla destra si trova la foiba di
Basovizza. Questa, non è un pozzo naturale creatosi dai fenomeni del
carsismo, ma si tratta di uno scavo artificiale risalente allo scorso secolo,
per lo sfruttamento della lignite
picea.
All'origine la profondità della voragine era di 300 metri, mentre del 1957 la
sua profondità si è ridotta fino ad arrivare a circa 135 metri per
l'accumularsi di detriti oltre che, purtroppo, di materiali bellici e di salme.
Oggi
la Foiba è ricordata come Monumento Nazionale per commemorare i migliaia di
caduti durante la Guerra: dopo il 1943, l'altopiano carsico divenne luogo di
scontro fra i partigiani ed i Tedeschi e fascisti, trasformandosi in un vero e
proprio campo di battaglia. Le cavità del Carso furono così utilizzate per
gettarvi i corpi di soldati e civili.
Finita la guerra , si è fatto un tentativo per recuperare le salme ma poichè
queste erano troppo numerose, si è preferito considerare la Foiba come loro
tomba definitiva e quindi chiuderla.
Sulla testata del monumento c'è una scritta in lettere di bronzo:
"Onore e
cristiana pietà a coloro che qui sono caduti.
Il loro sacrificio ricordi agli uomini le vie della giustizia e dell'amore
sulle quali fiorisce la vera pace."
Sintesi storica tratta da Wikipedia
La cosiddetta foiba di Basovizza è nella realtà
il pozzo minerario Šoht, scavato all'inizio del XX secolo per
l'estrazione del carbone e poi abbandonato per la sua improduttività.
La versione dell'infoibamento
Secondo la versione accettata da importanti storici e da tutti i
rappresentanti delle istituzioni politiche italiane nel maggio 1945
vi venne occultato un numero imprecisato di cadaveri di prigionieri,
militari e civili uccisi dall'esercito jugoslavo. Gli storici Raoul
Pupo e Roberto
Spazzali sostengono che è impossibile (e aggiungiamo di secondario
valore storico) calcolare il numero esatto dei corpi infoibati.
A sostegno di questa tesi ci sono le testimonianze, raccolte dagli
Alleati,
del parroco di S.Antonio in Bosco, don Malalan, e di Corgnale,
don Šček Virgil. Le due testimonianze riferivano di processi
regolari di civili, soprattutto impiegati della Questura, e di militari,
anche tedeschi, tenuti dall'armata jugoslava. I due sacerdoti avevano
ammesso di aver assistito ad alcuni processi e comunque di essere stati
richiesti sul luogo per amministrare gli ultimi sacramenti.
Tale tesi si appoggia anche sulla considerazione che il pozzo
minerario prima del 1945 era profondo 228 metri, mentre dopo il 1945 i
metri erano diventati 198, per cui si hanno 250 metri cubi riempiti con
materiali che, secondo questa interpretazione, erano corpi umani.
Le autorità italiane quando firmarono il trattato
di Parigi (1947) presentarono ufficialmente un documento con queste
testimonianze del massacro.
La versione opposta
La tesi della fossa comune è comunque contestata da una parte di
storici e ricercatori. Questa stessa critica storica contesta fortemente
le testimonianze maggiori portate a sostegno della tesi opposta in
quanto furono testimonianze "non oculari" dell'esecuzione, ma
solo del processo. Le persone identificate dai due parroci come "infoibate"
a Basovizza, secondo la documentazione jugoslava, risultavano però
essere state giustiziate nei territori interni della Slovenia, oppure
risultavano essere morte in prigionia a Borovnica.
Un rapporto dell'esercito alleato del 24
luglio 1945 affermava
che in uno scavo della foiba erano stati trovati solo alcuni resti
umani. Inoltre nel 1954
vennero effettuati degli scavi nel pozzo che, pare, abbiano raggiunto la
profondità di 225 metri senza rilevare la presenza di resti umani nella
cavità.
Lo stato attuale
Le autorità amministrative, comunque, non permettono ancora
un'adeguata ispezione della cavità anche perché tra il 1954
e il 1957 la cosiddetta foiba
venne adibita a discarica comunale e sui 500 metri cubi della discordia
ci sono diverse decine di metri di detriti vari, infatti nel 1957
il pozzo era diventato profondo solo 135 metri rispetto ai 198 metri del
1945.
Nel 1980 la foiba
è stata riconosciuta come monumento d'interesse nazionale e nel 1991 vi
ha fatto visita il presidente Francesco Cossiga.
Il Presidente della Repubblica Oscar
Luigi Scalfaro ha dichiarato il pozzo minerario, poi definito foiba,
di Basovizza monumento nazionale con decreto del 11 settembre
1992 |
Postumia: grotte e castello
Il comune di Postumia misura
comprende la parte centrale della conca di Postumia, intorno alla quale si
stagliano gli altopiani carsici dei monti Nanos, Hrusica, Nevoso fino ad
arrivare alla Vremscica oltre la Zgornja Pivka.
La base rocciosa impermeabile fatta di marna, scisti e pietra arenaria ha
consentito lo sviluppo dei centri abitati sulla superficie ondulata ad un
altitudine trai 500 ed I 600 m s.l.m. La zona relativamente bassa, se
confrontata con gli alti altopiani carsici, ha una notevole importanza per
il traffico. Qui passano le vie che portano al mare o provengono da esso, in
quanto la porta di Postumia e' il passaggio piu basso a sud delle Alpi tra
il bacino adriatico e quello della Pannonia.
Da questa regione le acque scorrono sottoterra in quattro direzioni:
mediante il fiume Pivka verso il Mar Nero, verso ovest (nei pressi di
Predjama e di Belsko) sotto il Nanos, verso sud a rifornire il Carso e il
Timavo nei pressi di Duino.
Postumia e' diventata il centro
culturale ed economico della Notranjska, anche per via della scoperta delle
famose grotte nelle sue immediate vicinanze. Ad esse e' collegato lo
sviluppo del turismo dall' anno 1818. Particolarmente attraente tra quelli
della zona e' il bellissimo e ardito castello di Predjama (o Castel Lueghi o
Castello di Lueg)
Il
Castello di Lueg e' costruito arditamente all' "interno" di
una parete rocciosa a precipizio alta 123 m.
Ma non c'e' solo il Castello: sotto (e sopra) di esso si apre una grande
grotta (con un fiume sotterraneo) visitabile. Li' gli archeologi scoprirono
tracce della colonizzazione dall'eta' della pietra in poi.
Oltre a visitare il Castello e l'ingresso della grotta - per l'appunto
"tappata" dal Castello medesimo, il visitatore, accompagnato dalle
guide, si puo godere una passeggiata di piu' ore tra i cunicoli stretti e le
vaste sale della grotta. Questa grotta permetteva al Castello di avere un
naturale e segreto passaggio all'esterno attraverso la montagna nella quale
e' costruito.
Questo passaggio segreto permetteva
agli abitanti del Castello di approvigionarsi di viveri quando l'accesso
alla valle antistante era bloccato da eventuali assediatori. Cio' rendeva
questa costruzione praticamente invincibile una volta che il ponte levatoio
fosse stato alzato. Infatti solo con il tradimento di un servo infedele di
Erasmus, signore del Castello, l'assedio piu' importante che la valle di
Predjama ricordi pote' essere portato - con successo - a termine.
In Slovenia non ci sono solo le
grotte di Postumia: finora sono stati scoperti infatti piu' di 1500 ingressi
e complessivamente oltre 125 km di cunicoli naturali: solo un decimo delle
vie idriche accertate tra i piani carsici e' pero accessibile. Ai bordi
settentrionali della conca di Pivka sono interessanti la Jama sotto il
castello nei pressi di Predjama. Numerose grotte e pozzi si trovano anche si
monti Nanos, Hrusica, Javomiki e monte Nevoso.
Le grotte turistiche ed altre
bellezze della natura
La
grotta
di Postumia, con i suoi 20 km di cunicoli esplorati accanto al fiume
Pivka, e' la piu lunga ed anche la piu' visitata grotta turistica in
Slovenia. Fino ad oggi ha ospitato piu' di 26 milioni di turisti provenienti
da tutto il mondo. Con l' accompagnamento delle guide, si viene accompagnati
nel sottosuolo con un trenino. I primi visitatori hanno lasciato la propria
firma nei cunicoli d'ingresso all'inizio del XIII secolo, pero, come
dimostrato dalle scoperte archeologiche, molto tempo prima di essi trovo
rifugio nella grotta il cacciatore dell' eta' della pietra. Il suo vero
sviluppo turistico ebbe inizio dopo il 1818, quando 1'abitante del luogo
Luka Cec scopri' i suoi piu bei cunicoli e sale con stalattiti e stalagmiti.
Nel groviglio di cunicoli
sotterranei, scavati dal fiume Pivka parecchi milioni di anni fa, e'
posslbile accedere anche in altri tre punti, ovvero nelle Otoska jama, Crna
jama e Pivka jama. Tutte e tre sono organizzate dal punto di vista turistico
e vale la pena di visitarle.
Alcune bellezze naturali del carso
sono tutelate in modo particolare. Tra esse troviamo la riserva botanica del
monte Nevoso e la vicina riserva Zdrocle, la scosceso bordo carsico del
monte Nanos, la parte centrale del lago di Cerknica, Rakov Skocjan, il campo
di Planina, il parco del castello e la riserva boschiva di Kozarisce e monte
Nevoso.
Informazioni tratte da: Postumia - Castel Luegh - Monte Nanos
Grotta Vilenica
 |
La grotta
VILENICA, presso
Lokev (Corgnale), e stata la prima cavita naturale in Europa ad essere
attrezzata per le visite turistiche. Fu infatti nel lontano anno 1633
che il suo proprietario, il conte Petazzi la diede in amministrazione
alla comunita di Lokev. Fino alla meta del 19 secolo essa fu
considerata la piu bella, grande, e piu visitata grotta del Carso.
Rimasta a lungo in stato
di abbandono, e rinata a nuova vita nell'anno 1963, grazie all'impegno
della societa speleologica di Sežana (Jamarsko društvo Sežana), i
cui membri si sono impegnati, nel proprio tempo libero, a ripristinare
il percorso all'interno della grotta e a curarne l'illuminazione
elettrica.
 | Nel passato questa grotta ha alimentato l'immaginazione degli
abitanti del luogo, tanto che essi pensarono che fosse abitata
da fate buone, da cui il nome Vilenica, grotta delle fate
(sloveno vile = fate). "Vilenica" e anche la
denominazione di un premio letterario, che viene assegnato
solennemente ogni anno proprio all'interno della grotta, nel
"Salone delle danze". |
 | I visitatori possono percorrere
all'interno un sentiero
illuminato lungo 450 metri; l'intera grotta misura 1300
metri. La visita guidata dura circa un'ora. |
|
INFORMAZIONI E VISITE: http://vilenica.com/index.html
JAMARSKO DRUŠTVO SEŽANA
Partizanska 61, SI-6210 Sežana
Tel: +386-5-7344-259 E-mail: vilenica@siol.net
VISITE GUIDATE ogni domenica alle 15.00.
I gruppi organizzati possono effettuare visite guidate in
qualsiasi momento prenotando telefonicamente allo 05 7301-111. Prefisso dall' Italia 00386. |
Le grotte di San Canziano / Škocjanske
jame
Le grotte di san Canziano, in lingua
slovena Škocjanske jame (le grotte di Škocjan), situate in
territorio sloveno a pochi chilometri dal confine, si distinguono fra le
oltre settemila grotte della Slovenia per la grandezza delle sale e della
gola sotterranea. Si articolano infatti, in maniera a dir poco eccezionale,
in undici stanze (undici grotte collegate le une alle altre), doline, ponti
naturali ed inghiottitoi.
A partire dal 1986 sono entrate a far
parte del patrimonio mondiale dell’UNESCO.
All’interno delle grotte, a cui si
accede da una profonda dolina, si ammirano splendide stalattiti e stalagmiti
dalle meravigliose forme e dai molteplici colori, cortine rocciose e le
caratteristiche vaschette di concrezione. Ma a rendere il tutto ancora più
interessante è la presenza del fiume Reka che, dopo avere dato origine al
sistema di caverne così come oggi lo vediamo, continua a scorrere in un
percorso sotterraneo, punto di forza della seconda parte della visita
turistica alle grotte, reso ancor più emozionante dalla presenza di cascate
e dal rimbombo delle rapide. Nelle pozze e nei laghetti, dove l’acqua è
calma, si ha invece il superbo spettacolo del riflesso delle formazioni
ipogee.
Le grotte di San Canziano sono aperte al
pubblico tutto l’anno (durante la bella stagione è previsto un numero di
visite maggiore) e la visita, della durata complessiva di circa 90 minuti,
è possibile solo se accompagnati dalla guida.
Orari delle visite:
| Gennaio |
10h |
13h |
*15h |
|
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|
|
| Febbraio |
10h |
13h |
*15h |
|
|
|
|
| Marzo |
10h |
13h |
*15h |
|
|
|
|
| Aprile |
10h |
13h |
15.30h |
|
|
|
|
| Maggio |
10h |
13h |
15.30h |
|
|
|
|
| Giugno |
10h |
11.30h |
13h |
14h |
15h |
16h |
17h |
| Luglio |
10h |
11.30h |
13h |
14h |
15h |
16h |
17h |
| Agosto |
10h |
11.30h |
13h |
14h |
15h |
16h |
17h |
| Settembre |
10h |
11.30h |
13h |
14h |
15h |
16h |
17h |
| Ottobre |
10h |
13h |
15.30h |
|
|
|
|
| Novembre |
10h |
13h |
*15h |
* Solo domeniche e
giorni festivi 15h |
| Dicembre |
10h |
13h |
*15h |
|
 |
Il
polo scientifico
testi tratti liberamente da www.esiaonline.it/carso
Pietra miliare
dell'attuale polo scientifico e tecnologico triestino è l'Abdus
Salam International Centre for Theoretical
Physics (ICTP) ovvero il Centro Internazione di Fisica Teorica,
situato dal 1964, anno
Ha un ruolo cardine
tra scienziati dei paesi in via di sviluppo e paesi sviluppati: ogni anno
ospita attorno ai 5.000 scienziati. Il 50% dei circa 100.000 scienziati
ospitati fin dalla sua costituzione è originario di paesi in via di
sviluppo. I visitatori del centro hanno rappresentato 170 Paesi e 40
Organizzazioni internazionali
Natura,
folclore, storia. Non crediate che il Carso si riduca a un territorio
"agreste", dove vivere a stretto contatto con la natura, dove
mangiare e bere alla grande, dove riconoscere i segni del tempo, dove
entrare in contatto con una cultura antica, importante. Il Carso è anche
scienza, studio, innovazione, nuove tecnologie. Il Carso è la macchina di
luce del Sincrotrone, è un punto d'osservazione privilegiato sulle stelle,
grazie all'Osservatorio Astronomico. Sul Carso, quindi, tradizione e
innovazione vanno a braccetto. E proprio la scienza, l'innovazione più
assoluta, può essere una chiave di lettura nuova, ma assolutamente
pertinente, delle potenzialità e delle possibilità del Carso. Perché il
Carso è un universo immenso, tutto da scoprire. In mille modi diversi.

L'Istituto Nazionale di
Oceanografia e di Geofisica Sperimentale (OGS),
noto a tutti come Osservatorio Geofisico Sperimentale,
promuove, coordina e svolge importanti ricerche nel campo delle discipline
geofisiche e ambientali, nel settore delle scienze del mare e in campo
sismologico. L'OGS, in pratica, utilizza i metodi scientifici per
individuare e valutare le risorse energetiche e minerarie e per contribuire
alla gestione dell'ambiente marino e terrestre. Un compito fondamentale per
preservare le risorse, sempre più ridotte, del nostro territorio.
Un ambito di lavoro e di studio
assolutamente interessante, che si può approfondire con una visita. www.ogs.trieste.it

L'Osservatorio
Astronomico è un istituto di ricerca in astronomia e astrofisica
che fa parte dell'Istituto Nazionale di Astrofisica.
Fondato nel 1866, nel 1898 divenne istituto di ricerca autonomo. Il vero
sviluppo dell'osservatorio astronomico, però, si è avuto negli ultimi
quarant'anni. I responsabili dell'istituto, infatti, hanno concretizzato
numerosi programmi di ricerca in collaborazione con grandi enti e consorzi
internazionali. Attualmente la ricerca dell'osservatorio triestino spazia
dall'astrofisica extragalattica alla fisica stellare, arrivando sino
all'astronomia dei corpi del sistema solare, e si avvale di telescopi
situati nei maggiori centri di osservazione a terra e orbitanti. L'osservatorio
di Basovizza, inoltre, partecipa alla costruzione di strumenti di
nuova generazione per il telescopio Galileo delle isole
Canarie e per il Very Large Telescope del consorzio
europeo.
Sul Carso triestino, ormai
inadatto alla ricerca avanzata, rimangono i radiotelescopi e la specola per
il pubblico. Da visitare, inoltre, un'interessantissima mostra "stellare"
e la biblioteca storica. www.oat.ts.astro.it

Il Laboratorio di
Biologia Marina di Aurisina è un'istituzione giovane, erede, però,
di una tradizione scientifica antica, che fa di Trieste una delle città una
delle città all'avanguardia nel campo dell'oceanografia biologica. La Stazione
Zoologica di Trieste, che si dedicava allo studio del mondo marino,
fu fondata nel lontano 1865. Qui studiarono scienziati illustri e famosi: il
più conosciuto è certo Sigmund Freud, poi diventato "il
padre" della psicoanalisi. Durante la Prima Guerra
Mondiale il centro studi della Stazione Zoologica fu chiuso. Poi gli anni
difficili della Seconda Guerra Mondiale, la ripresa e, finalmente,nel 1976,
l'inaugurazione del Laboratorio di Biologia Marina. Oggi l'attività di
ricerca del Laboratorio riguarda per lo più l'oceanografica biologica,
curando in particolare i problemi della pesca e dell'acquacultura. Ma non
basta. Si studiano in modo approfondito anche la qualità dell'acqua, la
tutela dell'ambiente marino e la molluschicoltura. Per tutelare uno dei beni
più preziosi che abbiamo, il mare.
Il Laboratorio di Biologia
Marina, posto in un ambiente naturale splendido, sulla costa triestina è
raggiungibile a piedi dal nostro B&B: per le visite. www.univ.trieste.it/~mabiolab/

L'Area Science Park
è uno dei parchi scientifici europei più importanti: vi lavorano oltre
1200 persone in 55 centri di ricerca e società, operanti in discipline
quali biotecnologie, fisica e nuovi materiali, elettronica e
telecomunicazioni, ambiente, informatica e servizi qualificati. Il Consorzio
per l'Area di Ricerca, che gestisce l'intero parco scientifico, un
mondo a se stante nel bel mezzo del Carso triestino, ha puntato alla
creazione di un legame stabile tra il mondo della ricerca e il sistema
imprenditoriale, per raggiungere il massimo sviluppo possibile. All'interno
dell'Area Science Park occupano un posto di rilievo il Centro
Internazionale di Ingegneria Genetica e Biotecnologia, che si
dedica all'analisi e alla progettazione di molecole d'interesse biologico, e
il Laboratorio di luce di
Sincrotrone Elettra, straordinario strumento per lo studio
della materia.
Il Laboratorio di Luce è
visitabile, su prenotazione. L'esperienza è assolutamente sorprendente e
affascinante. www.area.trieste.it |
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