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Il documento ufficiale più antico reperibile, che menzioni un insediamento ebraico a Trieste è datato 1236 ed è costituito da un atto notarile che menziona una transazione economica di un tal Vescovo Giovanni che doveva restituire all'ebreo Daniel David di Trieste 500 marche, spese per combattere i ladroni sul Carso. Dopo l'annessione della città di Trieste all'Austria, avvenuta nel 1382, vi si stabilirono Ebrei dalla Germania, sudditi del Duca d'Austria ed altri dei Principi locali. Dal 1684 al 1785 venne imposto dalle autorità la costruzione del Ghetto e la residenza obbligatoria. Ma dopo la costruzione del primo Tempio ebraico pubblico, nella casa ora demolita di Via delle Beccherie 19, gli Ebrei triestini sentirono la necessità di dare una Costituzione alla propria Comunità; e per tanto la sera del 14 dicembre 1746 i Capi convocarono un'udienza "de li particolari", nome col quale venivano designati i capifamiglia contribuenti alle spese della Comunità. Il 19 aprile 1771 Maria Teresa concesse due Patenti Sovrane agli Ebrei di Trieste, Patenti che sono dei veri e propri regolamenti. Nel 1782, col famoso Editto di Tolleranza, Giuseppe II ammise gli Ebrei alle cariche di deputati alla Borsa e ad alcune professioni liberali. Un anno più tardi venne aperta la Scuola Elementare Israelitica col titolo di Scuole Pie Normali Israelitiche. L'anno seguente, nel 1784, vennero aperte le porte del ghetto e gli Ebrei triestini poterono quindi coabitare con i concittadini di altri fede religiose. Tuttavia la maggior parte di essi continuò ad abitare nel ghetto; tanto è vero che dopo la breve occupazione francese del 1797, essi si accinsero a costruire due nuove Sinagoghe nelle via delle Scuole Israelitiche, Sinagoghe che furono demolite durante il primo quarto di secolo in seguito allo sventramento della Cittavecchia. Nel 19° secolo gli Ebrei triestini andarono sempre più assumendo importanza nel campo degli studi, delle lettere, nell'industria e nel commercio ed anche il loro numero andò gradualmente aumentando. La legislazione fascista e razzista fu introdotta in Italia nel 1938 e nel 1940 vi furono attacchi contro gli Ebrei. Durante il periodo della Shoah (Olocausto), i Nazisti eseguirono operazioni di rastrellamento ai danni della popolazione ebraica: il 9 ottobre 1943 e il 20 gennaio 1944. La seconda ebbe come bersaglio i vecchi e i malati ospitati dalla casa di riposo della Comunità ebraica e da altri ricoveri triestini. Dopo la guerra circa 1500 Ebrei rimasero nella città; nel 1965 il loro numero si abbassò a 1052 su 280.000 abitanti. questo calo fu dovuto sopratutto ad uno scompenso tra mortalità e natalità. Oggi la Comunità Ebraica conta circa 700 membri.
Il monumentale Tempio israelitico di Trieste è stato eretto negli anni 1908-1912 e porta l'impronta geniale degli architetti Ruggero e Aduino Berlam. Fu inaugurato nel 1912 alla presenza delle autorità cittadine e rimpiazzò le quattro Sinagoghe più piccole che esistevano in precedenza. Vi si ammira le felice fusione di stili architettonici diversi la cui essenza costruttiva è rappresentata da quattro possenti pilastri di marmo, a sostegno di una importante cupola centrale.
Per la sua peculiare posizione geografica, Trieste si trova a costituire una sorta di «imbuto» per l'emigrazione, che negli anni Venti era perlopiù di connotazione sionistica, e negli anni Trenta si trasformò in una fuga di fronte alla persecuzione antisemita. Quasi 150.000 ebrei, provenienti dai Paesi dell'Europa centrale e orientale, sono passati per Trieste dal 1920 al 1943 trovando in città assistenza materiale, economica, morale: per queste persone la Palestina rappresentava, se non l'unica, certo la privilegiata terra d'approdo
La comunità serbo ortodossa
Patriarcato di Serbia –
Metropolia di Zagabria, Lubiana e Italia La Chiesa ortodossa serba ha le sue radici nell’opera missionaria partita da Costantinopoli nella seconda metà del IX secolo, da cui si è sviluppata una cultura bizantino-slavonica. La prima parziale indipendenza ecclesiastica della Serbia si è avuta sotto il primo arcivescovo del paese, san Sava (1176-1235), e quindi, nel 1375, il riconoscimento come patriarcato. L’autonomia è stata gradualmente soppressa sotto il plurisecolare dominio turco, fino alla restaurazione dell’ufficio patriarcale, nel 1879. Nel XX secolo, la Chiesa serba ha dovuto subire innumerevoli persecuzioni, in parte a opera dei comunisti, come pure durante il regime nazionalista croato negli anni della Seconda guerra mondiale. Dopo il crollo del regime comunista, pur nelle difficoltà della dissoluzione dello stato jugoslavo, la gerarchia ortodossa serba – a proprio credito – non ha esitato a condannare le atrocità commesse da membri e rappresentanti del proprio stesso popolo. La Chiesa serba, inoltre, unica fra le Chiese ortodosse dei paesi ex-comunisti, ha visto una completa riconciliazione con le Chiese serbe che si erano staccate dal Patriarcato per dissidio politico. In Italia, una delle più antiche presenze storiche di fedeli ortodossi è costituita dalla comunità serba di Trieste, fondata sotto l’imperatrice Maria Teresa d’Austria (1717-1780). Il primo statuto dell’ente, approvato dalla stessa Maria Teresa d’Austria, è stato più volte modificato, sino a quello attuale, approvato con D.P.R. 29 marzo 1989. In seguito alla distruzione della sede episcopale serbo-ortodossa di Zagabria, il Patriarcato ha assegnato l’Italia alla metropolia di Zagabria e di Lubiana, trasformando de facto la chiesa di Trieste in cattedrale metropolitana. La Chiesa ortodossa serba si caratterizza per una posizione molto conservatrice all’interno del mondo ortodosso. Accanto al Monte Athos, è l’unica realtà ortodossa della penisola balcanica a non avere accettato la riforma del calendario, ed è il patriarcato ortodosso da cui sono giunte le critiche più articolate al coinvolgimento della Chiesa ortodossa nell’ecumenismo. Una particolarità della Chiesa serba è costituita dalla Slava, la celebrazione del santo patrono di una famiglia, celebrato al posto dell’onomastico personale. Il santo patrono della famiglia, che non è mai cambiato, risale ai tempi in cui i primi serbi hanno abbracciato il cristianesimo, ed è un esempio di inculturazione della fede, a partire da un antico costume pagano (la venerazione di divinità tutelari domestiche), sostituito, senza essere sradicato, dalla pietà cristiana. A credito della Chiesa ortodossa serba va inoltre ascritto un certo successo pastorale nell’evangelizzazione dei Rom. Il Patriarcato di Serbia vanta oltre otto milioni di fedeli nell’ex-Jugoslavia, oltre a una presenza diffusa in tutto il mondo occidentale (particolarmente in Germania, America del Nord e Australia). I membri della storica comunità di Trieste, nell’ordine delle migliaia, sono aumentati ulteriormente con le vicende dell’emigrazione post-bellica degli ultimi anni. Recentemente sono state aperte parrocchie ortodosse serbe a Vicenza e Milano. B.: La storia secolare della Chiesa serba di Trieste è oggetto di numerose monografie, fra cui si veda Giorgio Milosevic - Marisa Bianco Fiorin, I Serbi a Trieste. Storia, religione, arte, Istituto Enciclopedico Friuli-Venezia Giulia, Udine 1978. Per opere di teologia ortodossa serba in italiano, cfr. i volumi della collana “Ecumene”, e in particolare Atanasije Jetvic, L’ìnfinito cammino, trad. it., Interlogos, Schio (Vicenza) 1996; e Daniel Rogic, Santi della Chiesa ortodossa serba, vol. I, Interlogos, Schio (Vicenza) 1997. http://www.cesnur.org/religioni_italia/o/ortodossia_05.htm
La Chiesa di rito serbo – ortodosso, nota anche con il nome di chiesa degli Schiavoni, è consacrata a S. Spiridione Taumaturgo. Essa sorge sulle fondamenta di una chiesa ortodossa preesistente, che, nel ‘700, veniva utilizzata sia dalla comunità greca che da quella serba. Vuoi per alcuni contrasti tra le due comunità, vuoi per l’accresciuto numero dei fedeli, l’odierno edificio fu realizzato su progetto del milanese Carlo Maciacchini, tra il 1861 e il 1868, su commissione della sola comunità serbo ortodossa. Oggi può accogliere fino a 1600 persone. Il tempio, nella tradizione orientale, presenta una pianta a croce greca sormontata da cinque cupole dal caratteristico colore azzurro. La pietra di costruzione è, in buona parte, di provenienza locale, eccetto le colonne in marmo di Verona ed i cornicioni in marmo di Toscana. L’interno presenta affreschi e pitture di pregio ma, ciò che domina su tutto, è l’iconostasi in legno massiccio, riccamente ornata da intagli, che divide il presbiterio dal resto della chiesa. Le quattro icone, raffiguranti la Madonna, Gesù, S. Spiridione e L’Annunciazione, realizzate a Mosca all’inizio dell’800, sono ricoperte di oro e argento. Di particolare interesse il grande candelabro d’argento donato, in occasione di una visita a Trieste nel 1782, dal futuro zar Paolo I. Per un quadro più ampio sulla storia della comunità serbo illirica di Trieste si rimanda ad un estratto a cura di Marco Dogo: Una nazione di pii mercanti. La comunità serbo-illirica di Trieste, 1748-1908 La comunità greca
La chiesa di rito greco-ortodosso e consacrata
a San Nicola, patrono dei marittimi e degli armatori, è situata lungo Riva Tre
Novembre: tale ubicazione non è casuale; ai tempi della sua edificazione la
città era un ricco porto e centro commerciale, anche grazie alla presenza dei
numerosissimi mercanti greci, le cui imbarcazioni, ricche di mercanzia,
approdavano L’edificio fu consacrato nel 1787, ancor prima dell’ultimazione dei lavori, che avvennero ad opera del Pertsch soltanto nel 1821. La pianta della chiesa è tipica delle basiliche, a navata unica. Nella sobria facciata neoclassica spiccano i due campanili e la cancellata. L’interno, riccamente abbellito nel corso dell’800, racchiude un’iconostasi lignea ricca di elementi decorativi. Nella parte inferiore vi sono icone argentee degne di nota. L'identità asburgica e mitteleuropeaun sintomo non ancora scomparso: Serbidiola (l'inno asburgico) Accenni di triestinità: il mito della "clanfa""Trst je nas": il mito di Trieste nella ex Jugoslavjaun testo di Di Azra Nuhefendić pubblicato su www.osservatoriobalcani.org Così noi dell’ex Jugoslavia ci siamo arresi a Trieste18.09.2007
La ex Jugoslavia e Trieste, un rapporto complesso tra due mondi ideologicamente distanti ma geograficamente molto vicini. Amarcord e racconto di un tempo passato. Riceviamo e volentieri pubblichiamo Di Azra Nuhefendić Essendo la più piccola mi toccava sempre fare lo «schvabo», come chiamavamo i tedeschi, i nostri peggiori nemici, nell'immediato dopoguerra. Il ruolo dei partigiani lo giocavano i bambini più grandicelli, quelli di sette, otto anni. Era scontato che i partigiani dovevano vincere sempre. Quando i «partigiani» si stancavano di vincere, si giocava a intonare canti rivoluzionari; o a gridare vari slogan che per un bambino di cinque, sei anni non avevano alcun significato. Me ne ricordo due in particolare: «Zona A, Zona B, bice nase obadvje» (Zona A, Zona B, sarete nostre, oh sì) e «Trst je nas», Trieste è nostra. Quest'ultimo mi è rimasto impresso più a lungo nella memoria. Di certo per ragioni né ideologiche né politiche. All'età di cinque anni non avevo idea di cosa volesse dire «Trst», e nemmeno capivo perché era «nostra». Ma mi divertiva un sacco pronunciare tutte quelle consonanti con la bocca piena di latte in polvere. Mentre scandivo le lettere T R S T, dalla mia bocca uscivano delle nuvole bianche che coprivano non solo la mia faccia ma anche quella di coloro che mi stavano vicino. Il latte in polvere, americano, lo mangiavamo a merenda, prendendolo con una mano direttamente dalla busta. Ci arrivava assieme agli aiuti umanitari - operazione Unra. C'era anche il chaddar cheese, un formaggio giallognolo ed elastico come la gomma. Erano anni di povertà collettiva. Ma a nessuno importava niente, perché ci veniva promesso un futuro bello, radioso, ricco e pieno di giustizia e di uguaglianza. Poi, trascorsi gli anni dell'entusiasmo, abbandonati i sogni di ricchezza collettiva e dimenticati i giochi d'infanzia, la parola «Trst», tornò, alla grande, nella mia vita. E non soltanto nella mia. Erano gli anni Sessanta. Si era sparsa voce che un vicino era andato con la moglie in Italia, a Trst. Nel mio piccolo mondo quella notizia ebbe una risonanza comparabile a quella che ebbe nel resto del mondo la notizia che Armstrong aveva camminato sulla Luna. La Jugoslavia era un Paese chiuso, le notizie dall'estero arrivavano dopo essere state filtrate da vari comitati e commissioni; e tutto questo per proteggerci dal «mondo cattivo dei capitalisti», come la politica ufficiale definiva il resto del mondo. Ed ecco che uno di noi, uno come noi, se ne andava tranquillamente all'estero, a Trst! «Torneranno sani e salvi? Se li mangeranno?», mi domandavo io. Poi accadde che il vicino si sentì male mentre faceva il suo primo shopping a Trieste. Se la cavò per un pelo. Ma la cosa non ci fece né caldo né freddo, presi com'eravamo dalle discussioni sulla prima camicia di nailon che lui aveva portato da Trieste, su quel primo soprabito, lo scuscavaz, chiamato così perché era fatto di una plastica orrenda che crepitava. E poi su quella gondola di plastica, con una piccola lampadina dentro che la illuminava quando la attaccavi alla presa. Naturalmente le cose che i vicini avevano comprato a Trieste divennero all'istante l'oggetto del desiderio di tutti noi. «Perché loro sì e i miei genitori no?», mi chiedevo invidiosa. È così che abbiamo cominciato ad arrenderci a Trieste. È così che, grazie a Trieste, il nostro mondo ha cominciato a cambiare i suoi colori. Letteralmente. Le cose che la gente portava da Trieste erano diverse, soprattutto nei colori. E tutti avevamo fretta di scambiare il nostro grigio, o il nostro nero, con colori più chiari, più sgargianti e più felici. Mi ricordo perfettamente del giorno in cui mio zio arrivò da Trieste con una valigia piena di roba. La posò sul pavimento del salotto. Aspettavo qualcosa di bello, ma ciò che apparve davanti ai miei occhi e davanti agli occhi delle mie sorelle, superò ogni nostra aspettativa: dalla valigia, come uno schiaffo in piena faccia, venne fuori un'esplosione di colori: rosso vivo, giallo fosforescente, fucsia, verde, viola, arancione intenso... Per un attimo restammo paralizzate davanti a questa meraviglia. Ma solo per un attimo, però, perché un attimo dopo ci avventammo sulla valigia cercando di afferrare quanta più roba potevamo senza neanche pensare se i vestiti erano della nostra taglia. Davanti a questa scena mio padre, deluso, si ritirò nella sua stanza. Non voleva essere testimone delle prime avvisaglie della sconfitta del suo mondo, di «essere» con il mondo del consumismo, cioè di «avere». Quando tutti, ormai, andavano a Trieste per fare acquisti, nostro padre non ce lo permetteva, dicendo che una persona non si distingue per come veste, ma per ciò che è. Io non lo capivo e neanche lui capiva me. Volevo avere, adesso, tutto ciò che di primo acchito sembrava una manifattura di Trieste; volevo essere invidiata per quegli abiti belli, per quelle gonne dai colori chiari, per quelle calze sottili. Ero disposta a sacrificare tutta la mia educazione, tutto il mio mondo, per un bel paio di scarpe italiane. Forse le scarpe italiane sono state il simbolo più incisivo di un mondo diverso, più bello, la tentazione più irresistibile. Le nostre calzature erano brutte da vedere, parevano gli scarponi dei soldati austroungarici. E per giunta erano talmente dure che ti sembrava di calzare uno strumento di tortura. Te le infilavi e aspettavi soltanto che facessero clac, come una chiave nel lucchetto. All'inizio fare le compere a Trieste era uno status symbol. Ci andavano in pochi, i privilegiati, coloro che potevano permetterselo. In seguito, quelli che andavano a Trieste aumentarono sempre di più. Durante gli anni Settanta, dalla ex-Jugoslavia partivano ogni giorno per Trieste oltre 500 pullman e tre, quattro treni. E in occasione delle festività il numero raddoppiava. Si andava a Trieste per portare indietro la bellezza, il lusso, i colori, ciò che era moderno, ciò che sognavamo, che ci mancava, che desideravamo. Potendo, ci si sarebbe portati dietro anche le case, i bar eleganti, le vie illuminate, le vetrine, i caffè, le brioche, il cappuccino, i negozi. Imparavamo a memoria i nomi delle vie, dei bar, dei negozi e delle piazze triestine prima ancora di quelli di Belgrado o di Zagabria. Nei nostri discorsi ostentavamo familiarità con i luoghi di Trieste. Per decenni non ci fu una sola occasione nella vita della stragrande maggioranza degli jugoslavi che non fosse legata a questa città: ci si andava per comprare gli abiti da sposa, i tailleur e i regali di nozze; ci si andava per comprare tutto ciò che di bello e di morbido ci volesse per un bambino appena nato; prima di mettere piede in un nuovo appartamento si andava a Trieste a comprare le tende, le stoviglie, le posate, la biancheria, finanche i detersivi e i tappeti; per il ballo della maturità si andava a comprare vestiti a Trieste; non si seppellivano neanche i morti senza aver fatto un salto a Trieste, contriti, ma imperterriti a non lasciarsi sfuggire l'occasione di comprare l'abito adatto, sia per la buonanima sia per i suoi familiari. Una volta un tale acquistò un paio di scarpe per il morto, ma gli sembrarono troppo raffinate per starsene sottoterra. Così le tenne per sé. Per poco, però, dal momento che erano fatte di cartone, con cui puoi andare sottoterra, ma non ci puoi camminare. Per anni Trieste rappresentò per noi il mondo intero: un mondo diverso, bello, moderno, nuovo. Un simbolo, come «Harrod's» per Londra o «Mayses» per New York. Trieste era così vicina, così nota e amata, così nostra, anche se non ci avevamo mai messo piede. Le mamme. Furono loro le prime ad accorgersi che Trieste non era soltanto il lusso e la bellezza, ma anche un modo per guadagnare. Cominciarono ad andarci due, tre volte alla settimana. Compravano cose da «Giovanni» o sulle bancarelle di Ponte Rosso e, una volta tornate a casa, le rivendevano rincarate di tre, quattro volte. Le mamme «imprenditrici» sostenevano la famiglia - quanti miei colleghi si sono laureati grazie ai soldi guadagnati con quei viaggi! Questo commercio proibito, «al nero», è stato l'inizio della libera imprenditoria nella Jugoslavia di allora. Con l'andar degli anni la Jugoslavia ha cominciato ad aprirsi sempre di più al mondo, la gente ha scoperto nuovi posti, Paesi e città. Ma ciò non ha modificato per nulla i nostri sentimenti verso Trieste: per noi è sempre rimasta una città speciale. Oggi, da quelle parti, c'è di nuovo un mondo chiuso. Molto più chiuso di un tempo. Chiuso quasi ermeticamente da fuori. Nessuno ci vuole. E' difficile uscire, specialmente in direzione dei Paesi occidentali. Quanto al resto, si vivacchia, e i soldi non bastano per fare shopping. Si parla nostalgicamente dei bei tempi, quando si andava a Trieste fosse solo «per bere un cappuccino». «A proposito, "Giovanni" sta ancora lì, in via Ghega?», mi ha chiesto di recente un'amica. «No, ha chiuso». «Oh no!», è stata la sua reazione. Poi, per un po', è rimasta in silenzio, come si resta quando si apprende una brutta notizia che ci lascia senza parole. Testo originale: http://www.osservatoriobalcani.org/article/articleview/8186/1/66/
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