Diverse Trieste

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Trieste come città moderna, inizia  simbolicamente nel 1719, anno di proclamazione del Porto Franco da parte di Maria Teresa d'Austria. Con il formarsi del grande emporio asburgico la piccola cittadina medioevale si espande urbanisticamente attraendo genti diverse sia dal limitrofo entroterra, sia dalle altre parti dell'Impero d'Austria e dell'altro grande Impero d'Oriente, quello Ottomano.

Possiamo individuare il quel periodo l'inizio del delinearsi delle diverse comunità nazionali e/o religiose che fanno di Trieste il  loro punto di riferimento. Va comunque detto che durante il periodo medioevale a Trieste si parlava una lingua proto friulana e che il veneto diventerà la base del futuro dialetto triestino proprio in conseguenza al ruolo dei traffici in quel Mediterraneo orientale con lingua franca veneziana.

Tutti i dintorni della città erano abitati da genti di lingua slovena, comunità ancor oggi presente, seppur con peso e ruolo diverso rispetto ai tempi degli Imperi.

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Sloveni

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Croati

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Tedeschi

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Ebrei

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Serbi

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Greci

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Mitteleuropa

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Triestinità

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Trst, mito jugoslavo

 

La Trieste slovena: Trst

Breve storia tratta da www.etnieitalia.it

Secondo studi recenti gli Slavi/Sloveni, iniziarono a insediarsi nella zona della provincia di Udine tra il VII e l'VIII secolo d.c., all'epoca in cui entrarono in conflitto i Longobardi; gradualmente gli sloveni occuparono le terre orientali del Friuli fino al confine Longobardo. Essi riuscirono a creare nell'VII secolo un proprio principato indipendente, caddero però all'inizio del IX secolo sotto il dominio dei franchi, e successivamente degli Asburgo. Divisi in ben sei contee e principati, privi di una nobiltà propria, essi quasi scomparvero dalla scena storica, conservando la lingua come unica loro identità. Gli Sloveni, si divisero in due spezzoni, uno preferì andare a nord nella zona di Novgorod, l'altro spezzone si diresse verso sud, fermandosi, nella seconda metà del 500 d.c. , in una ampia zona che andava da Vienna all'Adriatico e dalle sorgenti della Drava al lago Balaton., imparentandosi con i Cechi,gli Slovacchi ed i Polacchi, con i quali costituì, il principato di Carantania, uno stato molto debole, in continua lotta con gli Avari. Nel si allearono con i Bavaresi, inserendosi nell'area dei Franchi. Vennero cristianizzati dai missionari di Aquileia, ma verso l'anno 815 i successori di Carlo magno eliminarono tutta la nobiltà slovena, dividendo la Carantania tra la Baviera e i nobili del Friuli, per cui gli Sloveni diventarono essenzialmente un popolo di contadini. La loro storia è rappresentata da una serie di rivolte contro i nobili padroni. I Turchi facevano frequenti incursioni nella zona e Vienna, per difenderli, doveva mantenere un esercito di mercenari, per cui era costretta ad applicare nuove tasse, creando così un circolo vizioso senza soluzioni: incursioni turche - esercito - nuove tasse - rivolte. Ogni rivolta finiva con un massacro di contadini, fino a quando grazie ai sovrani Maria Teresa e suo figlio Giuseppe II, che avviarono l'affrancamento dei contadini dalla servitù della gleba, diedero impulso al commercio, creando Trieste; per cui la città da piccolo paese con poche migliaia di abitanti diventò la seconda città dell'impero, assorbendo manodopera tutta slovena. La vita degli sloveni fu illuminata dal fermento religioso nato, con la riforma protestante, dalla mente di Primoz Trubar, per cui una tribù, priva persino di un nome tribale, poté affermare: "siamo un popolo di contadini, ma la cultura è la nostra vendetta" In tutta la fascia di confine tra Friuli-Venezia Giulia, Slovenia e Croazia sono presenti gruppi sloveni divisi tra la Slavia Veneta, in provincia di Udine e le zone rurali attorno a Gorizia e Trieste. Storicamente le due zone hanno seguito percorsi molto diversi. La Slavia Veneta, dopo essere stata soggetta all'Austria passò al Regno d'Italia nel 1866 mentre Trieste e Gorizia divennero italiane, assieme all'Istria e Zara, solo nel 1919. In questi territori sloveni ed italiani vivevano mischiati gli uni agli altri e purtroppo, durante il fascismo subirono pesanti tentativi di assimilazione forzata che ebbero ripercussioni sugli eventi successivi. Nel dopoguerra gran parte del retroterra di Gorizia e Trieste vennero annessi dalla Jugoslavia mentre il territorio di Trieste venne diviso in due zone distinte: la zona A, comprendente Trieste, venne affidata al controllo degli alleati e restituita all'Italia nel '54, mentre la zona B fu assegnata agli jugoslavi. L'annessione dei territori italiani da parte della Jugoslavia e la conseguente repressione delle autorità e delle milizie portò all'omicidio collettivo di migliaia di cittadini italiani, che vennero barbaramente getta ti1 spesso ancora vivi, nelle cavità carsiche chiamate foibe. L'ondata di violenza scatenata dalle forze di Tito costrinse la popolazione italiana ad un esodo di massa che coinvolse più di 300.000 persone che cercarono rifugio in Italia. La popolazione slovena rimasta entro i confini italiani ottenne invece la garanzia della tutela della propria specificità culturale e linguistica in seguito al memorandum del '54 ed al Trattato di Osimo. Le forme di bilinguismo, parzialmente applicate dal 1961, escludevano però gli sloveni della provincia di Udine. A Gorizia e Trieste erano comunque presenti fin dal periodo asburgico diverse istituzioni ed associazioni slovene attive nella tutela della minoranza come l'Unione Culturale Slovena, che riunisce decine di circoli ed associazioni culturali, o la Slovenska Kulturno Gospodarska Zveza (Unione Culturale ed Economica Slovena). Inoltre capillare è la diffusione di associazione sportive, ricreative e teatrali che, insieme alle trasmissioni radiofoniche della RAI ed ai numerosi organi di stampa (Primorski Dnevnik a Trieste) hanno avuto anche il merito di diffondere l'uso di uno standard linguistico normalizzato. Infine nelle province di Trieste e Gorizia (ma non in quella di Udine), sono presenti istituti scolastici sloveni. Attualmente la consistenza numerica slovena è compresa tra 60-80.000 individui. Le differenze storiche e istituzionali che oppongono sloveni della provincia di Gorizia e di Trieste a quelli della provincia di Udine, si riflettono naturalmente anche sugli aspetti relativi al repertorio linguistico.La possibilità di fluire di istituzioni scolastiche slovene e di esercitare un uso pubblico dello sloveno ha infatti portato la conseguenza per gli sloveni triestini e goriziani di una competenza nello sloveno ufficiale ed unitario oltre che nelle singole parlate locali. Le comunità di lingua slovena sono generalmente inserite in contesti di plurilinguismo, in convivenza con gruppi di lingua friulana o di dialetto veneto~giuliano: un caso limite è quello della zona di Tarvisio, ove, nello stesso comune, vi sono frazioni di lingua slovena, friulana e tedésca. Il frazionamento dialettale della minoranza in Italia, come anche la diversa appartenenza statale, rendono problematica l'adozione dello standard letterario sloveno come lingua-tetto per l'insieme delle comunità: mentre infatti gli slovenofoni di Trieste e di Gorizia si riconoscono pienamente nella lingua e nelle tradizioni culturali della vicina Repubblica di Slovenia - alle quali hanno dato anzi un contributo storicamente significativo. Un caso particolare è quello della città di Trieste dove i membri della collettività slovena tendono sempre più a relegare a livello di codice di comunicazione familiare lo sloveno locale dei rispettivi paesi d'origine. Di particolare interesse risulta il fatto che lo Sloveno della Resia conservi parole e strutture grammaticali ormai scomparse in ogni altra regione abitata da sloveni. Inoltre da sempre in tutte le parrocchie della Slavia Friulana la lingua usata nella liturgia è stata la lingua slovena nelle sua forme dialettali. Dopo il 1943, nei paesi dove erano rimasti i sacerdoti locali, si ricominciò a predicare e a pregare nella lingua minoritaria, in seguito, a causa delle spinte nazionalistiche e della presenza della maggior parte dei sacerdoti Friulani, la lingua locale fu del tutto emarginata rimanendo solo in alcune parrocchie solo nei canti sacri e nelle preghiere familiari. Negli Archivi parrocchiali della Slavia friulana, sono conservati numerosi manoscritti in lingua slovena locale, riguardanti prediche, formule del catechismo, lezioni di istruzione religiosa per adulti, preghiere per la funzione della domenica.

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Hotel Balkan / Narodni Dom

E' il simbolo della repressione antislava a Trieste: era la sede delle più importanti istituzioni culturali e politiche slovene in città. Il 13 luglio 1920 in un clima di crescente tensione nazionalista dopo alcuni scontri tra italiani e jugoslavi a Spalato, gli squadristi fascisti incendiano l'edificio impedendo l'intervento dei vigili del fuoco e mandando così in fumo archivi e testi della memoria della comunità slovena triestina. 

La slavofobia continuò inasprendosi in varie forme: il Regio Decreto n° 800 del 29 marzo 1923 stabilì l'italianizzazione dei nomi dei paesi, delle città e delle località geografiche; quattro anni più tardi lo stesso accadde per i cognomi. I tentativi di unificazione etnica delle terre proseguirono fino all'avvento del secondo conflitto mondiale. Questo determinò, tra il 1919 ed il 1939, l'emigrazione di circa 100.000 sloveni e croati.

L'edificio, progettato dall'architetto Max Fabiani (1902-1904) diventò poi Hotel Regina per poi ospitare la Scuola Superiore di Lingue Moderne per Interpreti e Traduttori

La componente istro croata

Tanti triestini hanno origini croate e lo si individua dai cognomi anche se italianizzati; ma mentre la componente slovena era autoctona e viveva nei dintorni della città ben prima della nascita dell'emporio moderno, gli slavi di lingua croata sono arrivati in città prevalentemente a seguito del gran bisogno di manodopera della nascente industria triestina. Non va dimenticato che in tutta l'Istria e la Dalmazia sotto il domino veneziano le popolazioni di lingua croata coabitavano coni veneti e frequentemente ne facevano propria la lingua che permetteva loro di inserirsi in un contesto commerciale ben più vivace della povera pastorizia che caratterizzava l'Adriatico orientale.

La comunità tedesca

Al tempo dell'impero la componente triestina di lingua tedesca era prevalentemente legata alla burocrazia ed all'esercito imperiale. Oggi, nonostante diversi cognomi testimonino la presenza di una comunità significativa, sono pochi ormai i parlanti tedesco con origini risalenti al periodo imperiale.

A tutt'oggi però in una piccola chiesa situata nei dintorni di via Tigor, sugli antichi terreni un tempo proprietà della Comunità armena, in via dei Giustinelli, si svolge  il rito cattolico in lingua tedesca.

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Chiesa evangelico luterana

Chiesa evangelico luterana

Sebbene la comunità Evangelica di Confessione Augustana sia presente a Trieste dall’inizio del ‘700, la libertà di culto fu autorizzata dall’imperatrice Maria Teresa d’Austria soltanto nel 1778. Mentre in passato la Comunità contava un numero decisamente elevato di membri, oggi i fedeli si sono ridotti a circa 150 membri. La funzione domenicale viene officiata sia in lingua italiana che in lingua tedesca.

L’attuale chiesa, situata in largo Panfili (dietro il bel palazzo della Posta Centrale), su un’area occupata in passato dallo squero Panfili primi e dalla dogana poi, fu progettata a Breslavia, in stile neogotico, dall’architetto Zimmermann e realizzata dagli architetti Triestini Berlam e Scalmanini. Aperta al culto nel 1874, fu sede del Ginnasio comunale di lingua italiana. Degni di nota i tetti a spiovente in lastre di ardesia e, all’interno, la vetrata del coro, realizzata a Monaco di Baviera e raffigurante la “Trasfigurazione di cristo” di Raffaello.

Trieste: San Silvestro - Facciata laterale con il piccolo campanile. Interessante esempio di architettura romanica (sec. XI) con innesti gotici successivi.

 

La Comunità ebraica di Trieste 

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La storia

Il documento ufficiale più antico reperibile, che menzioni un insediamento ebraico a Trieste è datato 1236 ed è costituito da un atto notarile che menziona una transazione economica di un tal Vescovo Giovanni che doveva restituire all'ebreo Daniel David di Trieste 500 marche, spese per combattere i ladroni sul Carso.

Dopo l'annessione della città di Trieste all'Austria, avvenuta nel 1382, vi si stabilirono Ebrei dalla Germania, sudditi del Duca d'Austria ed altri dei Principi locali. Dal 1684 al 1785 venne imposto dalle autorità la costruzione del Ghetto e la residenza obbligatoria. Ma dopo la costruzione del primo Tempio ebraico pubblico, nella casa ora demolita di Via delle Beccherie 19, gli Ebrei triestini sentirono la necessità di dare una Costituzione alla propria Comunità; e per tanto la sera del 14 dicembre 1746 i Capi convocarono un'udienza "de li particolari", nome col quale venivano designati i capifamiglia contribuenti alle spese della Comunità.

Il 19 aprile 1771 Maria Teresa concesse due Patenti Sovrane agli Ebrei di Trieste, Patenti che sono dei veri e propri regolamenti. Nel 1782, col famoso Editto di Tolleranza, Giuseppe II ammise gli Ebrei alle cariche di deputati alla Borsa e ad alcune professioni liberali. Un anno più tardi venne aperta la Scuola Elementare Israelitica col titolo di Scuole Pie Normali Israelitiche. L'anno seguente, nel 1784, vennero aperte le porte del ghetto e gli Ebrei triestini poterono quindi coabitare con i concittadini di altri fede religiose. Tuttavia la maggior parte di essi continuò ad abitare nel ghetto; tanto è vero che dopo la breve occupazione francese del 1797, essi si accinsero a costruire due nuove Sinagoghe nelle via delle Scuole Israelitiche, Sinagoghe che furono demolite durante il primo quarto di secolo in seguito allo sventramento della Cittavecchia.

Nel 19° secolo gli Ebrei triestini andarono sempre più assumendo importanza nel campo degli studi, delle lettere, nell'industria e nel commercio ed anche il loro numero andò gradualmente aumentando.

La legislazione fascista e razzista fu introdotta in Italia nel 1938 e nel 1940 vi furono attacchi contro gli Ebrei. Durante il periodo della Shoah (Olocausto), i Nazisti eseguirono operazioni di rastrellamento ai danni della popolazione ebraica: il 9 ottobre 1943 e il 20 gennaio 1944. La seconda ebbe come bersaglio i vecchi e i malati ospitati dalla casa di riposo della Comunità ebraica e da altri ricoveri triestini. Dopo la guerra circa 1500 Ebrei rimasero nella città; nel 1965 il loro numero si abbassò a 1052 su 280.000 abitanti. questo calo fu dovuto sopratutto ad uno scompenso tra mortalità e natalità. Oggi la Comunità Ebraica conta circa 700 membri.
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Il tempio

Il monumentale Tempio israelitico di Trieste è stato eretto negli anni 1908-1912 e porta l'impronta geniale degli architetti Ruggero e Aduino Berlam. Fu inaugurato nel 1912 alla presenza delle autorità cittadine e rimpiazzò le quattro Sinagoghe più piccole che esistevano in precedenza. Vi si ammira le felice fusione di stili architettonici diversi la cui essenza costruttiva è rappresentata da quattro possenti pilastri di marmo, a sostegno di una importante cupola centrale.

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la Porta di Sion

Per la sua peculiare posizione geografica, Trieste si trova a costituire una sorta di «imbuto» per l'emigrazione, che negli anni Venti era perlopiù di connotazione sionistica, e negli anni Trenta si trasformò in una fuga di fronte alla persecuzione antisemita. Quasi 150.000 ebrei, provenienti dai Paesi dell'Europa centrale e orientale, sono passati per Trieste dal 1920 al 1943 trovando in città assistenza materiale, economica, morale: per queste persone la Palestina rappresentava, se non l'unica, certo la privilegiata terra d'approdo

La Porata di Sion

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Il Museo

Il Museo della Comunità Ebraica di Trieste "Carlo e Vera Wagner" viene inaugurato nel mese di gennaio 1993. Attualmente il museo ospita gli oggetti di arte rituale ebraica appartenenti alla Comunità, confluiti in gran parte a seguito dello smantellamento delle tre Sinagoghe (o Scole) triestine, dopo l'inaugurazione, del Tempio Maggiore. Le collezioni sono composte da argenti, tessuti, documenti e libri che testimoniano la vita ebraica sia all'interno della Sinagoga che delle singole famiglie.
Il museo consiste di vari spazi, interni ed esterni.
Servizi: conferenze, mostre temporanee, proiezioni cinematografiche, contatti educativi con l'esterno.



Per informazioni scrivete a:
museumcarloeverawagner@triestebraica.it

Indirizzo: Via Del Monte 5 Trieste
Orario di visita:
        Domenica   17.00 - 20.00
        Martedì       16.00 - 19.00
        Giovedì       10.00 - 13.00
   * il museo sarà chiuso nelle festività ebraiche

http://www.triestebraica.it

 

La comunità serbo ortodossa

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Il Patriarcato di Serbia

Le Chiese ortodosse e antico-orientali

Patriarcato di Serbia – Metropolia di Zagabria, Lubiana e Italia
S. Em. Metropolita Jovan (Pavlovic)
Chiesa di San Spiridione Taumaturgo
Via Genova, 12
34121 Trieste
Tel.: 040-3476296
Fax: 040-631328

La Chiesa ortodossa serba ha le sue radici nell’opera missionaria partita da Costantinopoli nella seconda metà del IX secolo, da cui si è sviluppata una cultura bizantino-slavonica. La prima parziale indipendenza ecclesiastica della Serbia si è avuta sotto il primo arcivescovo del paese, san Sava (1176-1235), e quindi, nel 1375, il riconoscimento come patriarcato. L’autonomia è stata gradualmente soppressa sotto il plurisecolare dominio turco, fino alla restaurazione dell’ufficio patriarcale, nel 1879. Nel XX secolo, la Chiesa serba ha dovuto subire innumerevoli persecuzioni, in parte a opera dei comunisti, come pure durante il regime nazionalista croato negli anni della Seconda guerra mondiale. Dopo il crollo del regime comunista, pur nelle difficoltà della dissoluzione dello stato jugoslavo, la gerarchia ortodossa serba – a proprio credito – non ha esitato a condannare le atrocità commesse da membri e rappresentanti del proprio stesso popolo.

La Chiesa serba, inoltre, unica fra le Chiese ortodosse dei paesi ex-comunisti, ha visto una completa riconciliazione con le Chiese serbe che si erano staccate dal Patriarcato per dissidio politico. In Italia, una delle più antiche presenze storiche di fedeli ortodossi è costituita dalla comunità serba di Trieste, fondata sotto l’imperatrice Maria Teresa d’Austria (1717-1780). Il primo statuto dell’ente, approvato dalla stessa Maria Teresa d’Austria, è stato più volte modificato, sino a quello attuale, approvato con D.P.R. 29 marzo 1989. In seguito alla distruzione della sede episcopale serbo-ortodossa di Zagabria, il Patriarcato ha assegnato l’Italia alla metropolia di Zagabria e di Lubiana, trasformando de facto la chiesa di Trieste in cattedrale metropolitana.

La Chiesa ortodossa serba si caratterizza per una posizione molto conservatrice all’interno del mondo ortodosso. Accanto al Monte Athos, è l’unica realtà ortodossa della penisola balcanica a non avere accettato la riforma del calendario, ed è il patriarcato ortodosso da cui sono giunte le critiche più articolate al coinvolgimento della Chiesa ortodossa nell’ecumenismo. Una particolarità della Chiesa serba è costituita dalla Slava, la celebrazione del santo patrono di una famiglia, celebrato al posto dell’onomastico personale. Il santo patrono della famiglia, che non è mai cambiato, risale ai tempi in cui i primi serbi hanno abbracciato il cristianesimo, ed è un esempio di inculturazione della fede, a partire da un antico costume pagano (la venerazione di divinità tutelari domestiche), sostituito, senza essere sradicato, dalla pietà cristiana. A credito della Chiesa ortodossa serba va inoltre ascritto un certo successo pastorale nell’evangelizzazione dei Rom. Il Patriarcato di Serbia vanta oltre otto milioni di fedeli nell’ex-Jugoslavia, oltre a una presenza diffusa in tutto il mondo occidentale (particolarmente in Germania, America del Nord e Australia). I membri della storica comunità di Trieste, nell’ordine delle migliaia, sono aumentati ulteriormente con le vicende dell’emigrazione post-bellica degli ultimi anni. Recentemente sono state aperte parrocchie ortodosse serbe a Vicenza e Milano.

B.: La storia secolare della Chiesa serba di Trieste è oggetto di numerose monografie, fra cui si veda Giorgio Milosevic - Marisa Bianco Fiorin, I Serbi a Trieste. Storia, religione, arte, Istituto Enciclopedico Friuli-Venezia Giulia, Udine 1978. Per opere di teologia ortodossa serba in italiano, cfr. i volumi della collana “Ecumene”, e in particolare Atanasije Jetvic, L’ìnfinito cammino, trad. it., Interlogos, Schio (Vicenza) 1996; e Daniel Rogic, Santi della Chiesa ortodossa serba, vol. I, Interlogos, Schio (Vicenza) 1997.

 http://www.cesnur.org/religioni_italia/o/ortodossia_05.htm

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Chiesa di San Spiridione

Trieste: S. Spiridione - Chiesa della comunità serbo-ortodossa (1860). L’edificio è a croce greca con cinque cupole secondo la tradizione orientale bizantina
Chiesa di S. Spiridione

La Chiesa di rito serbo – ortodosso, nota anche con il nome di chiesa degli Schiavoni, è consacrata a S. Spiridione Taumaturgo. Essa sorge sulle fondamenta di una chiesa ortodossa preesistente, che, nel ‘700, veniva utilizzata sia dalla comunità greca che da quella serba. Vuoi per alcuni contrasti tra le due comunità, vuoi per l’accresciuto numero dei fedeli, l’odierno edificio fu realizzato su progetto del milanese Carlo Maciacchini, tra il 1861 e il 1868, su commissione della sola comunità serbo ortodossa. Oggi può accogliere fino a 1600 persone.

Il tempio, nella tradizione orientale, presenta una pianta a croce greca sormontata da cinque cupole dal caratteristico colore azzurro. La pietra di costruzione è, in buona parte, di provenienza locale, eccetto le colonne in marmo di Verona ed i cornicioni in marmo di Toscana.

L’interno presenta affreschi e pitture di pregio ma, ciò che domina su tutto, è l’iconostasi in legno massiccio, riccamente ornata da intagli, che divide il presbiterio dal resto della chiesa. Le quattro icone, raffiguranti la Madonna, Gesù, S. Spiridione e L’Annunciazione, realizzate a Mosca all’inizio dell’800, sono ricoperte di oro e argento.

Di particolare interesse il grande candelabro d’argento donato, in occasione di una visita a Trieste nel 1782, dal futuro zar Paolo I.

Per un quadro più ampio sulla storia della comunità serbo illirica di Trieste si rimanda ad un estratto a cura di Marco Dogo: Una nazione di pii mercanti. La comunità serbo-illirica di Trieste, 1748-1908

La comunità greca

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Chiesa di San Nicolò dei Greci

 
Trieste: San Nicolò dei Greci (comunità greco-ortodossa). Opera dell’arch. Matteo Pertsch (1818), si ispira al barocchetto austriaco sopratutto per i due campanili che ne delimitano la facciata.

La chiesa di rito greco-ortodosso e consacrata a San Nicola, patrono dei marittimi e degli armatori, è situata lungo Riva Tre Novembre: tale ubicazione non è casuale; ai tempi della sua edificazione la città era un ricco porto e centro commerciale, anche grazie alla presenza dei numerosissimi mercanti greci, le cui imbarcazioni, ricche di mercanzia, approdavanoChiesa di S. Nicolo' dei Greci quotidianamente a Trieste.

L’edificio fu consacrato nel 1787, ancor prima dell’ultimazione dei lavori, che avvennero ad opera del Pertsch soltanto nel 1821.

La pianta della chiesa è tipica delle basiliche, a navata unica. Nella sobria facciata neoclassica spiccano i due campanili e la cancellata.

L’interno, riccamente abbellito nel corso dell’800, racchiude un’iconostasi lignea ricca di elementi decorativi. Nella parte inferiore vi sono icone argentee degne di nota.

L'identità asburgica e mitteleuropea

un sintomo non ancora scomparso: Serbidiola (l'inno asburgico)

Accenni di triestinità: il mito della "clanfa"

"Trst je nas": il mito di Trieste nella ex Jugoslavja

un testo di Di Azra Nuhefendić pubblicato su www.osservatoriobalcani.org

Così noi dell’ex Jugoslavia ci siamo arresi a Trieste

18.09.2007 

 

La ex Jugoslavia e Trieste, un rapporto complesso tra due mondi ideologicamente distanti ma geograficamente molto vicini. Amarcord e racconto di un tempo passato. Riceviamo e volentieri pubblichiamo

Di Azra Nuhefendić

Essendo la più piccola mi toccava sempre fare lo «schvabo», come chiamavamo i tedeschi, i nostri peggiori nemici, nell'immediato dopoguerra. Il ruolo dei partigiani lo giocavano i bambini più grandicelli, quelli di sette, otto anni. Era scontato che i partigiani dovevano vincere sempre. Quando i «partigiani» si stancavano di vincere, si giocava a intonare canti rivoluzionari; o a gridare vari slogan che per un bambino di cinque, sei anni non avevano alcun significato. Me ne ricordo due in particolare: «Zona A, Zona B, bice nase obadvje» (Zona A, Zona B, sarete nostre, oh sì) e «Trst je nas», Trieste è nostra. Quest'ultimo mi è rimasto impresso più a lungo nella memoria. Di certo per ragioni né ideologiche né politiche. All'età di cinque anni non avevo idea di cosa volesse dire «Trst», e nemmeno capivo perché era «nostra». Ma mi divertiva un sacco pronunciare tutte quelle consonanti con la bocca piena di latte in polvere. Mentre scandivo le lettere T R S T, dalla mia bocca uscivano delle nuvole bianche che coprivano non solo la mia faccia ma anche quella di coloro che mi stavano vicino.

Il latte in polvere, americano, lo mangiavamo a merenda, prendendolo con una mano direttamente dalla busta. Ci arrivava assieme agli aiuti umanitari - operazione Unra. C'era anche il chaddar cheese, un formaggio giallognolo ed elastico come la gomma. Erano anni di povertà collettiva. Ma a nessuno importava niente, perché ci veniva promesso un futuro bello, radioso, ricco e pieno di giustizia e di uguaglianza.

Poi, trascorsi gli anni dell'entusiasmo, abbandonati i sogni di ricchezza collettiva e dimenticati i giochi d'infanzia, la parola «Trst», tornò, alla grande, nella mia vita. E non soltanto nella mia. Erano gli anni Sessanta. Si era sparsa voce che un vicino era andato con la moglie in Italia, a Trst. Nel mio piccolo mondo quella notizia ebbe una risonanza comparabile a quella che ebbe nel resto del mondo la notizia che Armstrong aveva camminato sulla Luna. La Jugoslavia era un Paese chiuso, le notizie dall'estero arrivavano dopo essere state filtrate da vari comitati e commissioni; e tutto questo per proteggerci dal «mondo cattivo dei capitalisti», come la politica ufficiale definiva il resto del mondo. Ed ecco che uno di noi, uno come noi, se ne andava tranquillamente all'estero, a Trst! «Torneranno sani e salvi? Se li mangeranno?», mi domandavo io. Poi accadde che il vicino si sentì male mentre faceva il suo primo shopping a Trieste. Se la cavò per un pelo. Ma la cosa non ci fece né caldo né freddo, presi com'eravamo dalle discussioni sulla prima camicia di nailon che lui aveva portato da Trieste, su quel primo soprabito, lo scuscavaz, chiamato così perché era fatto di una plastica orrenda che crepitava. E poi su quella gondola di plastica, con una piccola lampadina dentro che la illuminava quando la attaccavi alla presa.

Naturalmente le cose che i vicini avevano comprato a Trieste divennero all'istante l'oggetto del desiderio di tutti noi. «Perché loro sì e i miei genitori no?», mi chiedevo invidiosa. È così che abbiamo cominciato ad arrenderci a Trieste. È così che, grazie a Trieste, il nostro mondo ha cominciato a cambiare i suoi colori. Letteralmente. Le cose che la gente portava da Trieste erano diverse, soprattutto nei colori. E tutti avevamo fretta di scambiare il nostro grigio, o il nostro nero, con colori più chiari, più sgargianti e più felici.

Mi ricordo perfettamente del giorno in cui mio zio arrivò da Trieste con una valigia piena di roba. La posò sul pavimento del salotto. Aspettavo qualcosa di bello, ma ciò che apparve davanti ai miei occhi e davanti agli occhi delle mie sorelle, superò ogni nostra aspettativa: dalla valigia, come uno schiaffo in piena faccia, venne fuori un'esplosione di colori: rosso vivo, giallo fosforescente, fucsia, verde, viola, arancione intenso... Per un attimo restammo paralizzate davanti a questa meraviglia. Ma solo per un attimo, però, perché un attimo dopo ci avventammo sulla valigia cercando di afferrare quanta più roba potevamo senza neanche pensare se i vestiti erano della nostra taglia.

Davanti a questa scena mio padre, deluso, si ritirò nella sua stanza. Non voleva essere testimone delle prime avvisaglie della sconfitta del suo mondo, di «essere» con il mondo del consumismo, cioè di «avere». Quando tutti, ormai, andavano a Trieste per fare acquisti, nostro padre non ce lo permetteva, dicendo che una persona non si distingue per come veste, ma per ciò che è. Io non lo capivo e neanche lui capiva me. Volevo avere, adesso, tutto ciò che di primo acchito sembrava una manifattura di Trieste; volevo essere invidiata per quegli abiti belli, per quelle gonne dai colori chiari, per quelle calze sottili. Ero disposta a sacrificare tutta la mia educazione, tutto il mio mondo, per un bel paio di scarpe italiane. Forse le scarpe italiane sono state il simbolo più incisivo di un mondo diverso, più bello, la tentazione più irresistibile. Le nostre calzature erano brutte da vedere, parevano gli scarponi dei soldati austroungarici. E per giunta erano talmente dure che ti sembrava di calzare uno strumento di tortura. Te le infilavi e aspettavi soltanto che facessero clac, come una chiave nel lucchetto.

All'inizio fare le compere a Trieste era uno status symbol. Ci andavano in pochi, i privilegiati, coloro che potevano permetterselo. In seguito, quelli che andavano a Trieste aumentarono sempre di più. Durante gli anni Settanta, dalla ex-Jugoslavia partivano ogni giorno per Trieste oltre 500 pullman e tre, quattro treni. E in occasione delle festività il numero raddoppiava. Si andava a Trieste per portare indietro la bellezza, il lusso, i colori, ciò che era moderno, ciò che sognavamo, che ci mancava, che desideravamo. Potendo, ci si sarebbe portati dietro anche le case, i bar eleganti, le vie illuminate, le vetrine, i caffè, le brioche, il cappuccino, i negozi. Imparavamo a memoria i nomi delle vie, dei bar, dei negozi e delle piazze triestine prima ancora di quelli di Belgrado o di Zagabria. Nei nostri discorsi ostentavamo familiarità con i luoghi di Trieste.

Per decenni non ci fu una sola occasione nella vita della stragrande maggioranza degli jugoslavi che non fosse legata a questa città: ci si andava per comprare gli abiti da sposa, i tailleur e i regali di nozze; ci si andava per comprare tutto ciò che di bello e di morbido ci volesse per un bambino appena nato; prima di mettere piede in un nuovo appartamento si andava a Trieste a comprare le tende, le stoviglie, le posate, la biancheria, finanche i detersivi e i tappeti; per il ballo della maturità si andava a comprare vestiti a Trieste; non si seppellivano neanche i morti senza aver fatto un salto a Trieste, contriti, ma imperterriti a non lasciarsi sfuggire l'occasione di comprare l'abito adatto, sia per la buonanima sia per i suoi familiari.

Una volta un tale acquistò un paio di scarpe per il morto, ma gli sembrarono troppo raffinate per starsene sottoterra. Così le tenne per sé. Per poco, però, dal momento che erano fatte di cartone, con cui puoi andare sottoterra, ma non ci puoi camminare.

Per anni Trieste rappresentò per noi il mondo intero: un mondo diverso, bello, moderno, nuovo. Un simbolo, come «Harrod's» per Londra o «Mayses» per New York. Trieste era così vicina, così nota e amata, così nostra, anche se non ci avevamo mai messo piede. Le mamme. Furono loro le prime ad accorgersi che Trieste non era soltanto il lusso e la bellezza, ma anche un modo per guadagnare. Cominciarono ad andarci due, tre volte alla settimana. Compravano cose da «Giovanni» o sulle bancarelle di Ponte Rosso e, una volta tornate a casa, le rivendevano rincarate di tre, quattro volte. Le mamme «imprenditrici» sostenevano la famiglia - quanti miei colleghi si sono laureati grazie ai soldi guadagnati con quei viaggi! Questo commercio proibito, «al nero», è stato l'inizio della libera imprenditoria nella Jugoslavia di allora.

Con l'andar degli anni la Jugoslavia ha cominciato ad aprirsi sempre di più al mondo, la gente ha scoperto nuovi posti, Paesi e città. Ma ciò non ha modificato per nulla i nostri sentimenti verso Trieste: per noi è sempre rimasta una città speciale. Oggi, da quelle parti, c'è di nuovo un mondo chiuso. Molto più chiuso di un tempo. Chiuso quasi ermeticamente da fuori. Nessuno ci vuole. E' difficile uscire, specialmente in direzione dei Paesi occidentali. Quanto al resto, si vivacchia, e i soldi non bastano per fare shopping. Si parla nostalgicamente dei bei tempi, quando si andava a Trieste fosse solo «per bere un cappuccino». «A proposito, "Giovanni" sta ancora lì, in via Ghega?», mi ha chiesto di recente un'amica. «No, ha chiuso». «Oh no!», è stata la sua reazione. Poi, per un po', è rimasta in silenzio, come si resta quando si apprende una brutta notizia che ci lascia senza parole.

Testo originale: http://www.osservatoriobalcani.org/article/articleview/8186/1/66/

 

 

 

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