verso l'Istria

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verso l'Istria

San Dorligo della Valle / Dolina

L’uomo, da tempi antichissimi, è stato presente, con una certa continuità in questa zona, come testimoniano i ritrovamenti di materiali preistorici effettuati nella Grotta delle Gallerie, i Castellieri di Monte S. Michele e del Monte Carso, l’acquedotto romano ed i ruderi dei castelli di Moccò e di S. Servolo.
Nel VII ed VIII sec. d.C. incominciano ad insediarsi su questo popolazioni Slave che nel XII sec. risultano essere gli unici abitanti del territorio. Fin dal medioevo si praticava l’attività agricola, molto sviluppata anche l’attività molitoria. Lungo il corso del torrente Rosandra furono costruiti parecchi mulini e alcuni rimasero in attività fino a non molti anni or sono.
Oggi si possono vedere ancora alcuni ruderi dei vecchi mulini, pochi tratti di canali e le macine di pietra. Molto sviluppata la viticultura e la coltura dell’olivo. Alcuni paesi del comune offrono buoni esempi di architettura spontanea, talvolta ben conservati. Un tipico esempio è la chiesa di S. Dorligo di origine molto antica: le prime documentazioni risalgono al 1331, mentre la sorgente tipica del villaggio, porta la data del 1818.
Dall’abitato di Bagnoli della Rosandra si accede, tramite una stretta strada, alla Val Rosandra. La valle ebbe origine dall’erosione provocata dal torrente Rosandra, presenta un profondo solco valivo che incide l’altopiano carsico in direzione nord-ovest-sudest, dove il paesaggio di rupi, ghiaioni, pareti strapiombanti con la sottostante forra del torrente Rosandra, danno un tono di "Wilderness". Nella valle si erge l’antica chiesetta di S. Maria in Siaris le cui prime notizie risalgono al XIII sec.
La Valle rappresenta un collegamento naturale tra il mare e l’entroterra ed è stata utilizzata per i traffici commerciali. Oggi è meta di escursioni per numerosi turisti amanti della natura, per gli speleologi e sopratutto per gli alpinisti. Nella parte superiore della Valle troviamo l’abitato di Botazzo con una tipica osteria, sul ciglione della Val Rosandra, invece, il piccolo borgo di S. Lorenzo, dal cui belvedere si può ammirare un superbo panorama della Valle intera.
Da S. Lorenzo, dove si può visitare la chiesetta risalente al 1665, si raggiunge l’abitato di Pese, noto per il valico internazionale con la Slovenia, e nelle vicinanze il villaggio di Grozzana, dove l’attività agricola è tuttora largamente praticata. Qui viene organizzata nel mese di settembre una mostra fieristica dei prodotti tipici dell’agricoltura locale. In questa occasione si possono gustare le prelibatezze della cucina carsica.
Una delle manifestazioni più importanti del Comune è la Majenca che si svolge nel paese di S. Dorligo. Si tratta di festeggiamenti all’arrivo della primavera che si svolgono la prima settimana di maggio. In questa occasione viene allestita anche la mostra dei vini locali, ma il momento più importante della manifestazione è la preparazione dell’albero della cuccagna sotto il quale si balla.

Il Castello di San Servolo

Il castello di San Servolo, ebbe a suo tempo grande importanza nella storia locale. Lo si può scorgere da molte zone della città, e naturalmente dal golfo, così alto e dirupato, affacciarsi sul ciglio dell'altipiano di San Servolo. Secondo la storia, la contea di San Servolo nel 948 venne data da Ottone in signoria ai vescovi di Trieste, e da costoro venne poi affidata, nel 1295, al Comune di Trieste. Dopo tale data il castello, che viene descritto come uno dei più muniti ed inaccessibili di tutta 'l'Istria, restò coinvolto in tutte le azioni di guerra che Trieste condusse contro i Veneti ed i Friulani.

Il Concilio di TrentoNella famosa guerra contro Venezia del 1463, tra le condizioni imposte dai Veneziani c'è pure la consegna dei castelli di Moccò, Castelnuovo e San Servolo. Nel 1480 Venezia affida il castello all'albanese Giovanni Ducaino. In questo periodo si provvede a rifare le mura e la cisterna, come viene ricordato in una lapide del 1493, fatta scolpire a ricordo di Domenico Maripetro, prefetto di Capodistria.

Nel 1508 i Triestini assaltarono la rocca, conquistandola. Il castello tornò ai Veneziani nel 1511 per essere nuovamente espugnato da Gaspare Rauber che, per i servizi resi, lo ebbe in dono dall'imperatore Carlo V nel 1521.

Nel concilio di Trento del 1535 venne stabilito che il castello tornasse in possesso di Venezia, ma non vi restò a lungo. L'ultimo tentativo fatto dai Veneti per riavere S. Servolo costò loro la perdita di ben 3000 fanti. L'epica battaglia venne combattuta nel 1615. La difesa, in quell'occasione, era guidata dal barone Benvenuto Petazzi, che nel 1622 comprò il castello e nel 1630 risulta insignito del titolo di conte di San Servolo.

Stemma della Famiglia triestina dei PetazziNel 1702, con l'estinzione di quel ramo dei Petazzi, la signoria ritornò al demanio, che la rivendette a famiglie nobili italiane. Il Kandler ricorda che nello stesso secolo il castello venne incendiato da un fulmine, subendo molti danni, e fu subito restaurato. Agl'inizi del 1900, infine, il castello fu comperato dal barone Demetrio Economo, suo ultimo proprietario.

Attualmente il castello si presenta come un edificio piuttosto diroccato, a pianta quasi quadrata, costruito su una sommità rocciosa in modo che le murature quasi si confondono con la roccia sottostante. In prossimità del castello, sul margine di una piccola dolina, si apre la famosa Grotta di San Servolo, dove, secondo la tradizione, per quasi due anni si ritirò in eremitaggio e preghiera il giovinetto Servolo, che ebbe la palma del martirio nel 284 ed i cui resti sono oggi composti in un'urna in quell'altare del duomo triestino che è dedicato appunto a San Servolo. Nella grotta, che ha uno sviluppo di 150 metri ed una profondità massima di 48, si trova un altare dove il 24 maggio, anniversario del santo, si usava un tempo celebrare la messa, con massiccio intervento dei contadini della zona.

Oggi San Servolo si trova in Slovenia: per i possessori di lasciapassare è facile raggiungerlo passando il varco doganale di Prebenico; per gli altri, è necessario percorrere la superstrada Capodistria-Senosecchia (Koper - Senosece), fino all'altipiano di San Servolo.

Info tratte liberamente da www.esiaonline.it 

Il Castello di Moccò

Per raggiungere la località dove sorgeva il castello di Moccò dobbiamo andare nella zona della Val Rosandra. Lungo la strada provinciale, che scende dalla Chiusa di Cattinara, in 3 chilometri si arriva al paesetto di Sant'Antonio in Bosco, disteso con le sue file di case lungo la linea altimetrica del versante del Monte Grisa, sul quale purtroppo è in funzione una cava. Superate le ultime case, la strada piega con una curva, mentre un suo ramo prosegue verso una bassa collina. La si segue per 200 metri, fino a sboccare su uno spiazzo sito alla base di un costone che, dopo un'impennata, strapiomba sulla sottostante Val Rosandra. Nella Storia di Trieste dell'abate Vincenzo Scussa c'è un'incisione raffigurante questo castello, con un aspetto che il Chersi definisce "torvo e minaccioso". L'immagine ce lo mostra sul cucuzzolo del colle che, con la sua quota di m 241, si erge per circa 150 metri sulla sottostante valle. La base è quadra, senza finestre, con ponte levatoio. Da questo massiccio basamento si alza una costruzione quadra merlata e su essa un terzo corpo costituito da un'alta torre, pure merlata. Effettivamente, ai pacifici villici, che con le loro piccole carovane scendevano il sentiero tortuoso del fondovalle, il castello poteva apparire torvo e minaccioso, in posizione così dominante. Però l'incisione di Alberto Rieger, fatta nel 1863, è puramente immaginaria, in quanto non sappiamo assolutamente quale fosse la forma del castello. Di esso, pochi metri prima della cima, si può scorgere oggi soltanto un muro diroccato, lungo 6 metri, con Attila il Re degli Unniun foro al centro a forma di arco. Il muro è fatto con malta bastarda molto tenace e pietre, e manca dei paramenti esterni, che dovevano essere in conci di arenaria. Osservando attentamente il terreno, si può identificare una traccia delle fondamenta di un edificio, probabilmente a pianta rettangolare, mancante della sezione a monte. Nulla sappiamo di preciso sulle origini di questo castello. I nostri antichi storici, che spesso raccoglievano favole e le spacciavano per documenti autentici, ci raccontano che questo castello venne eretto da una famiglia della casata dei Barbati, profuga da Aquileia quando la città venne distrutta, nel V secolo. Il castello risalirebbe perciò a tale data, e dal nome dei suoi costruttori avrebbe poi ricevuto i vari toponimi di Barbassi, Barbarighi, Barbarigo, Barbadico. Non è, naturalmente, una tesi accettabile, anche perché i fuggiaschi da Aquileia non avrebbero certamente cercato scampo verso oriente, da dove gli Unni e gli altri barbari provenivano.

Il castello, come molti altri della zona, deve essere stato costruito verso il Mille, quando cioè si afferma il feudalesimo tedesco e i territori appartenenti al Regno d'Italia sono assegnati ai vassalli del re. Nel caso di Trieste, come vassalli regi troviamo la lunga sequela di vescovi tedeschi, ed è quindi probabile sia stato qualcuno di loro ad erigere il castello.

Nella storia di Trieste dal 1200 al 1500, questo castello ricorre di frequente, data la sua posizione strategica che controllava la "via dei Carsi", cioè la strada del fondovalle che proveniva dall'interno del Carso. Secondo alcuni storici, nel 1200 il castello era di proprietà dei feudatari Barbamoccolo, estintisi, sembra, nel 1277. Altri parlano invece della famiglia patrizia triestina dei Barbamonzilo, estintasi nel 1209. Cronache dell'epoca menzionano il castello nel 1252 e 1277 come appartenente alla mensa vescovile di Trieste. In un documento del 1269 il patriarca invitava il capitano di Trieste, al quale era affidato il castello, a restituirlo al vescovo. E in quelle mani, salvo un breve intervallo di pochi mesi nel 1291, quando venne conquistato dai Veneziani, restò sino al 1295, anno in cui il vescovo lo vendette al Comune di Trieste.

Il Comune aveva bisogno di questo castello, come pure di quelli di Castelnuovo e di San Servolo, per premere sui villici della Carsia e obbligarli a venire, per i loro commerci, nella nostra città, anziché recarsi a Capodistria o Muggia, diventate veneziane. Non bisogna dimenticare che proprio queste pressioni esercitate dai Triestini a danno delle cittadine istriane furono la causa del grave assedio che Trieste dovette subire ad opera di Venezia nel 1368-69. Il castello di Moccò in quella guerra non venne però conquistato, anzi il capitano Astolfo Peloso, protetto da quelle mura robuste, continuò per qualche tempo una guerriglia privata contro i Veneti.

Durante la breve dominazione dei patriarchi, nel 1380 il castello tornò nelle mani dei Triestini, e negli anni successivi fu al centro di contesa fra Triestini, Friulani e Veneziani, tutti interessati al suo possesso. Nel 1461 l'imperatore, tra le varie concessioni fatte al Comune di Trieste, cedette pure il castello, che però cadde nelle mani dei Veneziani durante la guerra del 1463. Sostenne pure un assalto dei Turchi nel 1471. Agli inizi del 1500 Moccò ricadde nelle mani dei Veneziani, i quali si servirono di questa importante base per le loro azioni di disturbo ai traffici ed alle campagne di Trieste, finché, nel 1510, venne riconquistato dai Triestini che, su consiglio del loro vescovo Pietro Bonomo, lo distrussero per evitarne la ricaduta in mani nemiche. Come già detto, non conosciamo la forma di questo castello, che doveva però essere particolarmente robusto per sopravvivere a tante vicende belliche, ed abbastanza ampio se nel 1300 vi prestavano servizio 100 fanti ed alcune decine di cavalieri.

Nel secolo successivo, con le pietre abbandonate sul luogo venne costruita una grande villa padronale, che aveva vagamente l'aspetto di un tozzo castello a pianta rettangolare, e che venne denominato "castello nuovo". Anche questa costruzione ha una storia piuttosto confusa. Taluni asserivano che questo castello fosse stato costruito dai conti Petazzi dopo la cessione del castello di San Servolo. In realtà, i Petazzi acquistarono questo castello soltanto nel 1768, un secolo dopo che era stato costruito. In origine esso portava il nome di Fünfenberg o Wicumberg, cioè "circondato da cinque monti". La confusione fu creata dal fatto che si credeva che questo fosse in realtà il nome del vecchio castello di Sant'Elia, di cui oggi sono visibili in territorio jugoslavo pochi ruderi. Anche di questo castello non si sa quasi niente, se non che fu legato al destino di quello di Moccò. Infatti fu prima nelle mani dei Triestini e poi dei vescovi, uno dei quali, il Bonomo, nel 1522 lo vendette ad un certo Antonio Wassermann. Non sappiamo la data della sua distruzione, ma sembra che l'arredamento ed i documenti ivi conservati finissero nel "castello nuovo" di Moccò.

Per tornare al nome di Fünfenberg, si crede che sia improprio, poiché nella zona non ci sono "cinque monti". E' però da ricordare che la zona subito sopra il castello sia sulle carte del 1700 che sulle prime mappe catastali del 1800 reca proprio il toponimo di Fünfenberg. Lo stesso Ireneo della Croce, nelle sue cronache, ricorda che la "Fonte Oppia" si trova sotto il castello di Fünfenberg. Può darsi che questo non sia il toponimo, bensì il nome del costruttore del "castello nuovo" di Moccò.

Info tratte liberamente da www.esiaonline.it 

 

La Val Rosandra

Il torrente Rosandra rappresenta il nucleo centrale del parco naturale della Val Rosandra. La cascata, di circa 40m di altezza, divide la zona delle arenarie da quelle calcaree. Il paesaggio muta all’improvviso, dai verdi prati e colline, si passa ad un mondo di pietra grigia, tutto roccia e pinnacoli. Il fiume forma delle bellissime cascatelle e pozze, più in alto, le pareti segnate profondamente dalle acque ne testimoniano l’antico corso.
Dell’acquedotto romano, sito nell’imbocco della Val Rosandra, sono ancor oggi visibili: il canale, costituito alla base, da un insieme di pietre e calce e, ai lati, da due muri paralleli, e alcune volte ancora intatte.
L’acquedotto partiva, con ogni probabilità dalla Fonte Oppia, proseguiva dapprima sul lato sinistro della valle e poi su quello destro, fino a Bagnoli, dove le acque venivano raccolte in una vasca. Da qui si dirigeva verso Trieste per sgorgare nella zona di Città vecchia, dopo un percorso di 14 km. La chiesa di S. Dorligo, dedicata a S. Ulderico presenta all’interno quattro altari in stile barocco, il soffitto a capriate in legno e l’abside affrescata. Sul lato esterno della chiesa sono appoggiate alcune pietre tombali dei secoli XVIII e XIX.
L’antico castello di Moccò, costruito prima del 1100, sorgeva sulla vetta e dominava la valle fino all’attuale zona industriale. Oggetto di contesa tra Venezia e Trieste nei secoli XV e XVI, conquistato dai triestini, venne distrutto perchè non finisse in mano degli avversari.
A San Dorligo si può anche visitare il vecchio oleificio che è stato recentemente restaurato a museo e adibito all’esposizione dei pittori locali ed altre manifestazioni culturali. Molto interessante anche la chiesetta di S. Martino sita sopra il villaggio di S. Dorligo e che sul portale d’ingresso ha scolpita la data 1655.
Interessante anche la chiesa del sec. XVIII nel villaggio di S. Giuseppe nella quale sono conservate alcune reliquie della Santa Croce. Il paese come tale presenta una propria storia particolare, sia per quanto riguarda lo sviluppo storico, che per quello religioso.

Proprio all'inizio del sentiero di accesso alla Valle entrando da Bagnoli si trova il Rifugio alpino Mario Premuda (chiuso il martedì e nel mese di febbraio Tel. (040) 228147)

ASPETTI BOTANICI

Nella Val Rosandra la diversità climatica, la dissimmetria dei versanti ed i diversi litotipi presenti (calcare e flysch) determinano l’organizzarsi delle specie vegetali in associazioni ben definite: la vegetazione pioniera delle rupi e dei ghiaioni, la landa carsica in fase di incespugliamento, la boscaglia carsica prevalentemente costituita dal carpino nero e orniello, il bosco a roveri e cerri, la vegetazione ripariale a salici, pioppi e ontani lungo il torrente.
L’intervento umano è rappresentato dai rimboschimenti a pino nero austriaco e dalle tracce delle coltivazioni tradizionali nella zona di Bottazzo.
Fra gli endemismi sono da segnalare: sulle rupi centochio graneloso (Moebringia tommasini), sulle radure aride e soleggiate garofano domestico (Dianthus sylvestris subsp. tergestinus), a consolidamento dei ghiaioni cardo pavonazzo (Drypis spinosa subsp. jaquiniana) e paleo zolfino (Festuca spectabilis subsp. camiolica) ed infine, sul Monte Carso, ginestra stellata (Genista holopetala), unica stazione in territorio italiano.

CENNI STORICI

La Val Rosandra rappresenta un collegamento naturale tra il mare e l’entroterra ed è stata da sempre utilizzata per i traffici commerciali. I reperti rinvenuti nelle varie grotte della Val Rosandra indicano la presenza di frequentazione umana fin dall’epoca preistorica (mesolitico e poi neolitico). All’Età del Ferro risalgono i due abitati preistorici (castellieri) sulle sommità del Monte S. Michele e sul Monte Carso dove sono tuttora visibili i resti del muro di cinta. Tra i resti romani segnaliamo l’Acquedotto Romano del I° secolo quale fonte di approvvigionamento per la città di Tergeste.
Al XIII° secolo risalgono le prime notizie della chiesetta di S. Maria in Siaris. All’ingresso della Val Rosandra sono visibili dei ruderi del castello medievale di Moccò. La valle è oggi meta di escursioni per numerosi turisti amanti della natura, per gli speleologi e soprattutto per gli alpinisti. Già negli anni Trenta del nostro secolo il famoso alpinista Emilio Comici organizzò nella valle i primi corsi di alpinismo.

GEOMORFOLOGIA E CLIMA

La Val Rosandra è l’unica incisione valliva del Carso Triestino. La cascata del torrente Rosandra, di circa 30 metri di altezza, rappresenta il punto di passaggio fra rocce impermeabili a monte e permeabili a valle. La forra del torrente è il risultato sia dell’erosione fluviale che della dissoluzione delle rocce carbonatiche prodotta dall’acqua combinata con l’anidride carbonica.
Ricco di fenomeni è il carsismo sotterraneo con la presenza di una settantina di cavità.
La valle rappresenta una via preferenziale per la discesa della Bora dal retroterra alla zona costiera: alla Sella della Bora sono state registrate velocità massime di 150 km/h.
Sul versante nordest della valle, soleggiato e sottovento, predomina un clima caldo e mite, mentre sull’opposto versante sudovest, in ombra ed esposto al vento "dominante", prevale un clima freddo; possiamo così rilevare alle stesse quote sui due versanti opposti differenze di temperatura superiori ai 10°C.

ASPETTI FAUNISTICI

La presenza del corso d’acqua e le caratteristiche rupestri dell’ambiente determinano condizioni favorevoli per gli animali, in special modo per anfibi e rettili rappresentati rispettivamente da 6 e 12 specie (45% dell’erpetofauna regionale). La variabilità di ambienti all’interno del Parco condiziona in modo positivo la diversità delle specie d’uccelli. Ballerina bianca con sporadiche presenze di garzetta e airone cenerino lungo il torrente; passero solitario e d’inverno il picchio muraiolo sulle rupi sovrastanti; tottavilla e calandro sulla landa carsica ed infine, nelle zone boscose picchio rosso maggiore e astore.
Per quanto riguarda i mammiferi, è il capriolo, grazie all’incespugliamento in atto, la specie più frequente mentre per lo stesso motivo la lepre sembra destinata alla scomparsa.
Il Parco Naturale della Val Rosandra è stato istituito nel 1984 dal Comune di San Dorligo della Valle - Dolina ed interessa la parte sud-orientale della Provincia di Trieste per una superficie complessiva di 434 ettari. Nel Parco sono presenti diversi ambienti come la landa carsica sul Monte Stena, la boscaglia carsica e pinete di pino nero austriaco nelle altre zone, ma particolarmente interessante e prezioso è l’ambiente acquatico del torrente Rosandra.
Il nucleo centrale del parco rappresenta la Val Rosandra, profondo solco vallivo che incide l’altopiano carsico in direzione nordovest-sudest, dove il paesaggio di rupi, ghiaioni, pareti strapiombanti con la sottostante forra del torrente Rosandra danno un tono di "wilderness" conservatosi malgrado la vicinanza della città di Trieste.

COME CI Sl ARRIVA

Da fuori città, seguendo la superstrada da Monfalcone verso Trieste e verso il valico di confine di Rabuiese si imbocca l’uscita per San Dorligo della Valle - Dolina; da Trieste centro, invece,  ci si dirige in direzione di San Dorligo della Valle (Nuova Sopraelevata) e prendere l'uscita "Grandi Motori".

Quindi raggiungere la località Bagnoli della Rosandra per poi seguire la strada per Bagnoli Superiore fino alla partenza dei sentieri CAI 13 e 14.

La Valle puo' essere anche raggiunta seguendo la nuova pista ciclabile dalla località San Giuseppe della Chiusa (tra Bagnoli della Rosandra e Cattinara), scendendo poi a valle seguendo le indicazioni per Bottazzo.

SITI WEB SULLA VAL ROSANDRA

www.parks.it/riserva.val.rosandra/index.html

www.ts.camcom.it/laprovincia/valrosandra.htm

 

Muggia

Nell’estrema zona sud-orientale della provincia di Trieste, racchiuso tra il confine della Slovenia, il vallone di Muggia ed il golfo di Trieste, si trova la cittadina di Muggia.
Il suo territorio, delimitato da una costa di oltre 7 km con una strada costiera di particolare bellezza, e da una concatenazione collinare con i monti Castellier, S. Michele, Monte d’Oro che dominano panoramicamente un vasto territorio sia italiano che della costa istriana, è caratterizzato da un’estesa vegetazione carsico-istriana.
Muggia, ultimo e unico lembo istriano in territorio italiano con marcate caratteristiche della cultura veneziana, mantiene ancor’oggi eloquenti tracce della sua antichità: un’importante castelliere preistorico sul Monte Castellier (Santa Barbara), resti romani e medievali a Muggia Vecchia che fu uno dei castelli di difesa del confine istriano contro le invasioni nel X sec. e che poi passò nel 931 sotto i Patriarchi di Aquileia.
Il castello, distrutto nel 1353 dai triestini, ha conservato parecchie testimonianze del passato, come le rovine delle mura, ma soprattutto la graziosissima basilica dedicata alla Vergine Assunta del IX° sec.
Prima del Mille venne edificato un nuovo borgo sul mare, chiamato prima Borgo del Lauro e poi Muggia da un toponimo che significa “terreno paludoso”. La nuova città dopo la metà del Duecento si costituì a comune, il cui territorio confinava con quello dei comuni di Trieste e di Capodistria, rimanendo sempre però legata al Patriarcato d’Aquileia. Di quest’epoca sono il Duomo e il Palazzo del Comune, ricostruito nel Novecento. Passata infine nel 1420 sotto la Signoria di Venezia, Muggia condivise le sorti della Serenissima e della secolare comunanza di vita, di interessi e di costumi la cittadina conserva impronte evidenti: il dialetto, le tradizioni gastronomiche, lo stile gotico-veneziano di alcune case, le “calle” tortuose, le logge, gli archi acuti e gli antichi stemmi sulle facciate e soprattutto la piazza principale: un autentico campiello veneziano.

Muggia: la sfilata di CarnevaleConfortevoli e ombreggiati gli stabilimenti balneari di Muggia e dei dintorni, gli ampi attrezzatissimi camping di S. Bartolomeo, oltre al porticciolo sito nella stessa località.

Tra le manifestazioni che caratterizzano la vita socio-culturale della cittadina primeggia il coloratissimo Carnevale Muggesano e l’affermato Muggia Spettacolo Ragazzi. Il Carnevale coinvolge l’intera popolazione impegnata nell’allestimento dei carri allegorici ricchi di movimenti e nella realizzazione dei sontuosi costumi della sfilata. La città si trasforma durante i sette giorni della kermesse in vero e proprio teatro all’aperto, offrendo momenti di divertimento e raggiunge il suo apice con la sfilata della domenica.
Muggia Spettacolo Ragazzi è invece una vivacissima rassegna che si ripete in autunno alternando spettacoli teatrali, laboratori e convegni dedicati ai giovani, proponendosi come osservatorio sul mondo dello spettacolo.

L’estate muggesana si apre a giugno con Benvenuta Estate, incontri musicali e folkloristici per proseguire con gli appuntamenti di Muggia Spettacolo Ragazzi, della Rassegna di Teatro Dialettale e del Carnevale Estivo.

Piazza Marconi è il luogo dove si svolgono tutte le principali manifestazioni cittadine. Qui sorge il Duomo duecentesco dedicato ai Santi Giovanni e Paolo, dalla facciata gotico-veneziana a cuspide triloba (1410-67), col suggestivo bassorilievo della lunetta sopra il portale raffigurante la Trinità e i Santi protettori ed il magnifico rosone gotico.
A lato del Duomo l’elegante moderno Palazzo Comunale che conserva elementi della precedente architettura gotico-veneziana quali il Leone di San Marco sulla facciata princpale ed antichi stemmi di podestà veneziani e di nobili famiglie locali. Merita una visita il Centro Storico.
La Basilica dell’Assunta del IX° sec., santuario, méta di antichi pellegrinaggi, sorge in posizione dominante sul colle di Muggia Vecchia ed è luogo suggestivo per il bellissimo panorama che si apre sull’intero Golfo di Trieste. La chiesa altomedievale ha subito, in epoche varie, rimaneggiamenti e ricostruzioni. É ricca di delicati ma pregevoli tesori d’arte tra cui i rilievi a nastro di stile longobardo del recinto presbiteriale, le sculture dell’ambone e gli affreschi romanici del XIII e XIV sec.
Nel centro storico la quattrocentesca chiesa di San Francesco racchiude nel suo interno due pregevoli pale raffiguranti la Madonna del Latte (XV sec.) e la Madonna della Cintola (XVII sec.).
Il castello trecentesco che domina il porto è attualmente proprietà privata.

Pirano / Piran

L'antica citta' marinara di Pirano si estende all'estremo margine dell'omonima penisola, che si restringe gradualmente tra il golfo di Strugnano e quello di Pirano. La penisola termina con punta Madonna, estrema propaggine nord occidentale dell'Istria. L'etimologia del nome Pirano e' controversa: alcuni studiosi propendono per la derivazione dal celtico bior-dun, che significa localita' sul colle, mentre altri la fanno risalire al greco pyr - fuoco, in quanto nell'antichita' venivano accesi sul promontorio dei fuochi per indicare la rotta ai naviganti che si dirigevano all'attigua colonia di Aegida, vicino all'odierna Capodistria. La cittadina e' molto pittoresca: le mura con le torri le fanno da corona e, dalle pendici, i tetti rossi degradano, esposti a mezzogiorno, fino a punta Madonna, La citta' vecchia e' costituita da un complesso di costruzioni venete, nelle strette calli lastricate, fra scalinate e portici, nei campielli e nelle piazzette, le case barocche e gotiche sono numerose, con finestre ad archi acuti, e si inseriscono fra le basse case che furono dei pescatori e dei salinai. Dall'alto di questa propaggine arenacea, dal fianco settentrionale spaccato, rigido e spoglio per l'impeto della bora, irrobustito alla base da una muratura poderosa e da arcate sostenute da piloni appoggiati alla pendice, spicca e signoreggia il Duomo di Pirano, il cui campanile, come un faro, si vede in tutto l'arco del golfo di Trieste. 

 

 

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