| [ Menù precedente ] [ Canovella degli Zoppoli ] [ Castelli sul Mare ] [ Il Carso ] [ Itinerari del gusto e del vino ] [ Trieste, la città ] [ verso l'Istria ] [ Gorizia, Grado, Aquileia ] [ Canovella degli Zoppoli ]
|
Trieste: la città
| Sintesi storica tratta
da La storia di Trieste e altre notizie
Sede di un Castelliere preistorico
e crocevia di popolazioni venete, istre, carniche e gallo-celtiche,
l'antica Tergeste fu, sin dall'antichità, un' importante centro di scambi
commerciali. Dopo aspre lotte, nelle quali il popolo degli Istri fu
sconfitto dalle legioni romane, la città entrò a far parte della "X
Regio Venetia et Istria" e nel 56 a. C., ai tempi di Cesare, venne
elevata a Colonia romana. Nel 33 a.C., per volere del Console Ottaviano,
fu cinta da solide mura, di cui rimane soltanto la porta meridionale, il
cosiddetto Arco di Riccardo.
Durante il periodo traianeo e fino
alla caduta dell'Impero Romano visse un lungo periodo di prosperità; fu
data sistemazione alla zona del foro, fuori delle mura, in prossimità del
mare, sorse il teatro e lungo la riviera numerose ville mentre ben tre
acquedotti la rifornivano d'acqua.
Il Cristianesimo, che penetrò discretamente nella società dal II sec. d.
C., ebbe molti martiri anche a Trieste tra i quali Giusto, eletto patrono
della città.
Nel Medioevo fu assoggettata da
Goti, Longobardi, Bizantini e Franchi e nel X secolo Lotario III la rese
feudo vescovile. La città riscattò la sua libertà solo nel XII e XIII
sec., quando si costituì libero comune. Tra i sec. XIII e XIV dovette
subire frequenti atti di sottomissione alla Repubblica Veneta (terribile
fu l'assedio - saccheggio del 1368); negatogli l'aiuto dei signori
italici, nel 1382 cercò la protezione di Leopoldo III d'Asburgo, evento
che segnò il destino politico di Trieste per oltre cinquecento anni.
Nel 1719 per merito della
lungimirante politica di Carlo VI fu dichiarata porto franco, istituto che
conferì alla città un ruolo economico e culturale di grande importanza.
Tale situazione di benessere fu ulteriormente sviluppata da Maria Teresa
d'Austria che, concedendo immunità e franchigie, richiamò mercanti ed
imprenditori da tutta Europa.
Dopo l'invasione dei francesi tornò all'Impero austriaco che potenziò
ulteriormente il porto, le industrie e le società di navigazione. In
seguito al lento ed irreversibile declino dell'impero asburgico, il 3
novembre del 1918 dopo la Prima Guerra Mondiale, Trieste passò
all'Italia. Dopo la l'armistizio del 1943, Trieste e la Venezia Giulia
costituirono provincia a sé stante ma amministrata dal governo germanico.
Dopo la liberazione dalle truppe tedesche, la città subì l'occupazione
delle truppe Titine, per quaranta terribili giorni, finchè non passo
sotto il controllo degli alleati. Tornò finalmente Italiana solo il 26
ottobre 1954.
Nel 1977 il trattato di Osimo segnò
definitivamente i confini con la Jugoslavia (Slovenia e Croazia). Oggi
Trieste è al contempo il capoluogo della provincia meno estesa d'Italia
ed anche capoluogo della Regione
Autonoma Friuli-Venezia Giulia. Molti furono i fattori che, nel corso
dei secoli, concorsero a donarle quell'atmosfera così particolare e tanto
cara ad alcuni tra i massimi nomi della cultura internazionale come James
Joyce, Sigmund Freud, Rainer
Maria Rilke, Giovanni Winckelmann, per non parlare dei suoi Umberto
Saba, Scipio
Slataper, Italo Svevo.
Molte altre informazioni sono disponibili sul sito della
retecivica del Comune di Trieste www.triestecultura.it
Ulteriori informazioni su Trieste da Wikipedia: http://it.wikipedia.org/w/index.php?title=Trieste&oldid=7623003 |
|
San Giusto
Sopra un propileo romano, ingresso forse ad un monumento
onorario, ma comunemente detto “Tempio Capitolino” perché era stata
trovatanel suo ambito una piramide di ara con i simboli della triade capitolina
(Giove, Giunone e Minerva) e sfruttandone in parte le strutture esistenti,
sorse, nel VI secolo, una grande aula culturale. Di questa è rimasta una parte del mosaico pavimentale, che concorre a formare
l’attuale pavimento, nel quale sono stati indicati pure i limiti
dell’edificio paleocristiano, distrutto, pochi anni dopo l’apertura al
culto, dall’invasione longobarda. Tra il IX e l'XI secolo furono erette sulle sue rovine due basiliche affiancate,
la prima dedicata all'Assunta, la seconda a San Giusto; questa, originariamente
a pianta centrale, fu poi allungata. Nel XIV secolo le basiliche furono
unificate con l'abbattimento di una navata dell'una e dell'altra e l'erezione di
una facciata assai semplice ed asimmetrica, dominata dall'elegante trina di un
rosone gotico e ornata, come il nuovo campanile, con l'utilizzo del patrimonio
lapideo romanico del luogo o addirittura con i fregi d'arme, «in situ».
All'interno della basilica le cose notevoli sono parecchie: basterà accennare
ai mosaici absidali dell'Assunta e di San Giusto, opera di maestri veneti,
databili al XII-XIII secolo. La trecentesca chiesetta di San Giovanni (antico
battistero) a sinistra e San Michele al Carnale a destra, presso l'ingresso del
Museo, completano sul sagrato un suggestivo complesso medioevale.
Sul piazzale si trovano l'ara a ricordo
della consacrazione
L'opera di ricostruzione conseguente allo
scavo ha messo in piena luce pure la mole del Castello, anch'esso custode
di lunga storia, essendo la sua costruzione, impostata sui resti di precedenti
castelli durata quasi due secoli. Nell'edificio, la parte centrale voluta da
Federico III (1470-71), il bastione rotondo (opera veneziana (1508-9), il
bastione Hoyos-Lalio (1553-61), il bastione Pomis o fiorito (1630), segnano le
tappe dell'evoluzione delle strutture difensive nei secoli.
Attualmente il Castello - in cui diverse
stanze, come la sala Caprin sono aperte al pubblico -
ospita un Musco Civico
dove si trovano esposte armi antiche, ed è sede di mostre periodiche,
manifestazioni e, durante l'estate, spettacoli all'aperto. Camminando sugli
spalti del Castello, dalle feritoie o soffermandosi sui bastioni, si domina una
visuale completa della città, delle sue alture, del suo mare. La sistemazione
urbanistica e archeologica realizzata negli ànni trenta e la stessa
destinazione di una zona a Parco della Rimembranza, a memoria ed onore dei
Caduti di tutte le guerre dal 1915-18 in poi, si segnalano per la sobrietà
monumentale e la ricchezza del verde che creano una felice oasi di pace.
Dal piazzale della
Cattedrale si accede, varcando la cancellata di ferro che ne delimita un lato,
all'Orto Lapidario. Sorto nel 1834 per volontà di Domenico Rossetti nello
spazio lasciato libero dal cimitero di San Giusto, trasferito alla fine del '700
in sede più adeguata, 1'Orto Lapidario contiene reperti romani e medioevali
riportati alla luce a Trieste e nella regione. Nel giardino si trova il
Cenotafio dedicato all'archeologo Giovanni Winckelmann, padre del
neoclassicismo, morto a Trieste nel 1769.
Arco di Riccardo
| Attraverso i vicoli della Città Vecchia si trova, in
piazzetta Barbacan, l’Arco di Riccardo, porta augustea delle mura
costruite nel 33 a.C. |

|
Il Teatro Romano
Tergeste di probabile origine
protostorica, colonia romana intorno al 52 a.C., è stata cinta da mura da
Ottaviano intorno agli anni 33-32 a.C.; ha avuto uno sviluppo particolare
nel I-II sec.
Il “Teatro romano” sorge ai piedi del colle
di San Giusto, prospicente l'antico litorale marino. Pur
sfruttando parzialmente la pendenza della collina, è stato
costruito quasi interamente in muratura; in legno doveva essere la
zona più alta delle gradinate ed il palcoscenico.
Le statue che adornavano il complesso, messo in
luce negli anni 30, sono ora al Civico Museo. Tre iscrizioni di
età traiana col nome di Q. Petronius Modestus ci
rammentano un personaggio legato allo sviluppo del teatro, sorto
nella seconda metà del I sec.
Palazzo
della Borsa vecchia
L’attuale sede della Camera di Commercio
costituisce uno degli esempi più significativi del Neoclassico triestino e una
delle opere architettoniche più rimarchevoli dell’epoca d’oro del Porto
Franco di Trieste. L’edificio si presenta come un tempio greco in stile
dorico, dotato di uno spazioso portico con quattro grandi colonne ed un timpano
alla sommità. Nelle edicole al pianterreno della facciata principale sono
alloggiate quattro statue (1806), opera di artisti veneti, professori
dell’Accademia di Belle Arti di Venezia e precisamente l’Europa e l’Africa
scolpite da Bartolomeo Ferrari, l’Asia da Domenico Banti e L’America da
Antonio Bosa, lo scultore allievo del Canova che lasciò una forte impronta nel
Neoclassico triestino. A livello delle finestre del piano nobile decorano la
facciata due statue rappresentanti Vulcano e Mercurio, rispettivamente opera del
Banti e del Ferrari. In alto, sulla balaustra, se ne ergono altre quattro opera
del Bosa: da sinistra a destra il Danubio (via d’acqua già all’epoca
considerata fondamentale per lo sviluppo dei traffici), il Genio di Trieste
(poggiato sopra uno scudo con scolpito lo stemma della città), Minerva (elmo in
capo, testa di Medusa sul petto, gufo al piede, regge con una mano uno scudo
recante un medaglione di Francesco II e con l’altra addita al Genio di Trieste
l’immagine del sovrano) e Nettuno, protettore dei traffici marittimi. Danubio
e Nettuno, rispettivamente ai due lati estremi della balaustra si tendono la
mano l’un l’altro con lo sguardo rivolto alle due statue centrali. Sulla
facciata principale, in un riquadro marmoreo, si nota la seguente iscrizione:
“Nell’estremo porto dell’Adriatico con patente di
Carlo VI Imperatore / aperto al commercio ed alla navigazione per gli auspici
degli augusti Maria Teresa Giuseppe II / Leopoldo II / accresciuto in fama / per
la munificenza di Francesco II dei Romani / e d’Austria Imperatore Pio Felice
Augusto / assurto a dignità di emporio / i mercanti triestini (questo) palazzo
edificarono / per la trattazione degli affari. / 1805”
Il Teatro Verdi
Il Teatro Nuovo fu eretto tra
il 1798 ed il 1801.
I progetti iniziali elaborati da Giannantonio Selva (1751-1819), già
celebre ed apprezzato architetto autore del Teatro
La Fenice di Venezia, vennero ripresi e parzialmente modificati
dall'architetto Matteo Pertsch (1769-1836) il quale, agli inizi della sua
attività, stava ultimando la costruzione di Palazzo Carciotti. Tra le varie
aree proposte per l'edificazione venne scelta quella prospiciente al mare,
ai margini del Borgo Teresiano. L'edificio, di notevole importanza per la
sua pubblica funzione, si trovò così ad essere inserito in un contesto
urbanistico dove convergevano molteplici attività ed interessi sociali.
La
vicenda progettuale si presenta piuttosto complessa. L'edificazione fu
intrapresa per iniziativa di Giovanni Matteo Tommasini, negoziante di Borsa,
che era riuscito ad ottenere l'autorizzazione dal Governo centrale di
Vienna. Egli affidò l'elaborazione dei disegni a Giannantonio Selva, ma i
due diversi progetti che l'architetto presentò nel 1798 non furono
integralmente approvati.
La distribuzione dell'interno, che presentava affiancata alla sala teatrale
una sala da ballo, o Ridotto, di notevoli dimensioni e nettamente separata
dagli altri ambienti (tra cui anche magazzini ed appartamenti), fu ritenuta
essenzialmente accettabile, mentre non soddisfecero le elaborazioni per la
facciata principale.
Nella facciata postica Selva
impiegò largamente il bugnato, e progettò un grande portone ad arco
sormontato da un timpano e affiancato da due nicchie con statue. Un gruppo
statuario con dedica all'Imperatore coronava l'edificio. Sebbene non
interessato da considerazioni negative, in fase di edificazione il disegno
fu parzialmente modificato. Il 9 marzo 1799 venne conferito l'incarico di
elaborare un nuovo progetto per la facciata principale all'architetto Matteo
Pertsch e gli si affidò la direzione dei lavori, allontanando Selva.
Dopo molte difficoltà ed il licenziamento anche di Pertsch da parte di
Tommasini, l'edificazione del teatro fu portata a compimento.
L'inaugurazione avvenne il 21 aprile 1801.
Sorto come "Teatro Nuovo", l'edificio fu chiamato "Teatro
Grande" nel 1820, divenne proprietà comunale nel 1861 e fu infine
intitolato "Giuseppe
Verdi" nel 1901, primo tra i teatri italiani ad essere intitolato
al grande compositore in una terra appartenente all'impero austriaco.
La
facciata principale, opera di Matteo Pertsch, si presenta come l'elemento
più notevole e di maggior monumentalità nell'ambito della Piazza del
Teatro su cui si affaccia.
Risultato sia di un'intelligente elaborazione del progetto di Selva che di
una rispettosa conformità alle richieste della committenza, la sua linea
architettonica riconduce anche a quella del Teatro
alla Scala di Milano, rispetto a cui la diversa distribuzione degli
elementi compositivi ne determina il carattere più disinvolto. L'ordine
ionico gigante delle colonne e delle paraste scandisce una slanciata
geometria ove l'elemento decorativo, elegantemente sobrio, si distribuisce
con una continua e viva ritmicità.
Armonia compositiva ed assenza di compiacimenti stilitici caratterizzano
l'insieme mentre il portico, robusto ed arioso con arcate a tutto sesto,
conferisce equilibrio ed importanza alla facciata articolata nella fascia
superiore con un lieve sovrapporsi di piani.
La facciata verso il mare,
realizzata nel 1884 dall'ingegnere Eugenio Geiringer (1843-1904), riprende
lo schema e gli elementi compositivi di quella principale. Fu edificata
distanziandola sei metri da quella originaria, della quale sono visibili
alcune parti all'interno del teatro, fra le strutture del palcoscenico.
Le sculture che adornano la
facciata del Teatro pongono tuttora problemi di attribuzione, tuttavia nel
volume "Tre giorni a Trieste", 1858, il gruppo e le statue sono
attribuite agli scultori veneti Antonio Bosa e Bartolomeo Ferrari. Il
soggetto scelto per il gruppo scultoreo posto a coronamento dell'edificio si
riferisce direttamente all'arte musicale: Apollo al centro tra le figure
allegoriche dell'Arte Lirica e dell'Arte Tragica, assise ai suoi piedi,
attorniate da maschere teatrali e strumenti musicali. Il tema musicale viene
riproposto sotto il cornicione del tetto, dove pannelli decorativi a
bassorilievo rappresentano diversi strumenti musicali inseriti in serti
vegetali. Nelle nicchie situate ai lati estremi del basamento dell'edificio
si inseriscono due statue rappresentanti Marte a destra e Plutone con il
cane Cerbero a sinistra.
Al piano nobile dell'edificio,
con accesso da via San Carlo, si trova l'antica Sala da Ballo (o Ridotto),
già sede del Circolo
della Cultura e delle Arti. Costruita seguendo il progetto di
Giannantonio Selva, si configura in una sala rettangolare con colonne
ioniche a sostegno di una galleria. Rinnovata più volte nella decorazione,
venne notevolmente rimpicciolita nel 1882-1884 da Eugenio Geiringer.
Gli ambienti interni del teatro furono più volte restaurati. Nel 1820 il
pittore milanese Alessandro Sanquirico decorò la sala della platea, nel
1835 il medesimo intervento fu affidato a Tranquillo Orsi e Giuseppe Gatteri
e nel 1846 si sostituì alle ornamentazioni pittoriche il legno intagliato e
dorato. Le decorazioni interne tuttora visibili vennero invece eseguite da
decoratori austriaci nel 1882-1884.
Il Borgo Giuseppino
Nel novembre 1780 muore l'imperatrice Maria Teresa e le
succede il figlio Giuseppe II d'Asburgo-Lorena (1741-1790), coreggente dalla
morte del padre Francesco I avvenuta nel 1765.
Egli prosegue l'opera riformatrice iniziata dalla madre, di ispirazione
illuministica, ma legata alla visione assolutistica dello Stato in
contrapposizione alla posizione dominante detenuta dalla chiesa cattolica.
In questa concezione dobbiamo inquadrare la libertà di culto
concessa ai non cattolici, la soppressione degli ordini religiosi contemplativi
e la confisca dei loro beni. La 'Toleranzpatent' del 13 ottobre 1781 concede
alle comunità non cattoliche (formate da almeno cento famiglie) di costruire
una propria chiesa, una scuola ed eleggere il proprio pastore ed autorizza
ebrei, ortodossi, augustani ed elvetici a possedere beni immobili.
La zona esterna alle mura da porta Cavana fino al Lazzaretto
era in gran parte di proprietà di svariati ordini religiosi. Con decreto del 3
aprile 1782 vengono soppressi i cimiteri minori (tra i quali quello dei SS.
Martiri) e unico luogo di sepoltura resta quello presso la basilica di S.
Giusto. Tra il 1785 ed il 1788 sono confiscati e messi all'asta con gli annessi
fondi la chiesa della Madonna del Mare, i conventi dei Cappuccini, dei Minoriti
e dei Misericorditi.
La città, che si era espansa nel Borgo Teresiano fino alle
sponde del Torrente, trova così nuovi spazi per l'edificazione e le linee guida
per lo sviluppo sono contenute nel piano del nuovo Borgo, detto Giuseppino, che
sarebbe stato approvato nel 1788. I lavori preliminari vanno avanti tra
modifiche e ripensamenti: nel 1813 è demolito il Convento dei Frati Minori
fuori Porta Cavana e solo nel 1825 è portato a termine l'interramento del
lungomare in corrispondenza delle rive Grumula e dei Pescatori, così da
permettere la costruzione di due file di isolati.
Piazza Giuseppina
Tra il 1824 ed il 1826 sono approvati i progetti di quasi
tutti i palazzi che interessano la riva; prende forma anche la piazza
Giuseppina, dove Domenico Corti progetta il palazzo al n. 1 (1832) all'angolo
con via del Lazzaretto Vecchio e Valentino Valle ai nn. 2-3 (1834). Ed è
proprio Domenico Corti che imprime al quartiere la sua impronta stilistica,
innalzando numerosi edifici in via del Lazzaretto Vecchio, sulla riva dei
Pescatori e anche i due blocchi (1837-40) sulla traversa di via del Lazzaretto
Vecchio che porta il suo nome.
In una mappa del 1846 si vede il molo Giuseppino, prospiciente
l'omonima piazza, che verrà prolungato negli anni 1857-59.
Negli ultimi anni del XIX secolo il molo Giuseppino era
riservato alle 'vaporiere' del Lloyd Austriaco.
Tra il 1854 ed il 1858 viene costruito il palazzetto del
barone Pasquale Revoltella, su disegni dell'architetto berlinese Friedrich
Hitzig (autore anche del progetto del casino Ferdinandeo sul colle di Farneto)
e sotto la direzione dei lavori dell'ingegnere triestino Giuseppe Sforzi. Alla
morte del barone nel 1869 il palazzo e la sua collezione d'arte vanno al
comune di Trieste con l'impegno di adibirlo a museo. Aperto questo nel 1872,
grazie alla cospicua rendita lasciata in eredità fu possibile costituire in
poco tempo una considerevole raccolta. Nel corso di questo secolo il Museo
Revoltella si è sviluppato ulteriormente diventando una galleria d'arte
moderna sempre più prestigiosa.
Nel 1875 viene eretto nel centro della piazza il monumento
all'arciduca Ferdinando Massimiliano, in divisa da contrammiraglio della
flotta austriaca, opera dello scultore Giovanni Schilling da Dresda.
Con la fine del governo asburgico vengono rimossi i riferimenti al passato: il
dott. Ambrogio Sacchi della Commissione Toponomastica Comunale cancella, in un
impeto di nazional-masochismo, il ricordo di Giuseppe II il costruttore e
suggerisce di intitolare la piazza alla Venezia demolitrice, l'ingombrante
vicina che più volte nei secoli bombardò le case, interrò le saline e
diroccò le mura della nostra città. In quegli anni la statua di Ferdinando
Massimiliano viene rimossa e finisce mestamente in un deposito del castello di
Miramare; collocata nel parco nel 1961, viene restaurata nel 1999. Al suo
posto viene trasferita la fontana del Nettuno che era posizionata in piazza
della Borsa.
All'angolo tra la piazza e la riva
Nazario Sauro nasce nel 1923 il più antico ristorante sulle rive, il famoso
'Pepi Granzo', tuttora in attività.
Il testo è tratto da MisterKappa Ieri e oggi - Il borgo Giuseppino
Il Borgo Franceschino
|
Durante la costruzione del Borgo
Franceschino si pensò nel 1796 ad un'estensione della città verso est.
Questo nuovo quartiere che si sviluppò tra l'acquedotto e la via
Coroneo prese il nome dall'imperatore Francesco II . La zona era ricca
di giardini e viali; ne è ancora testimonianza il Giardino Pubblico che
oggi è uno dei pochi polmoni verdi della città.
Qui si facevano le passeggiate
pomeridiane domenicali. La prima tappa di queste passeggiate era
l'acquedotto, l'attuale viale XX Settembre; da qui si poteva proseguire
per il boschetto Farneto. Il boschetto che si estende su una piccola
collina e nel secolo scorso era meta di gite domenicali fu donato alla
città , per utilizzo pubblico, dall'imperatore Ferdinando. Per
ringraziare l'imperatore il palazzo fu chiamato Ferdinandeo dal suo
nome. Il viale XX Settembre è diventato oggi luogo d'incontro per i
giovani: ci sono molti caffè e gelaterie dove si può comodamente stare
seduti al sole. In questo viale si trova anche il Politeama Rossetti
sede dell'odierno Teatro del Friuli Venezia Giulia, dove vengono
rappresentate sia opere in prosa, sia concerti.
Testo tratto da: Borgo Franceschino |
 |
Barcola
Barcola è una frazione del comune di
Trieste, tra Roiano e Miramare. Nota come Valicula
(Piccola Valle) in epoca romana è stata principalmente un insediamento di
pescatori fino a metà del XIX secolo, quando i triestini iniziarono a
costruire le loro residenze estive nella frazione . Uno
degli edifici più importanti di Barcola è senza dubbio la chiesa di San
Bartolomeo, costruita nel 1785, con un bellissimo rosone proveniente dalla
chiesa di San Pietro,
che sorgeva in piazza Unità fino a fine Ottocento.
Il lungomare e la pineta di Barcola sono
classici luoghi di aggregazione per i triestini, che d'estate affollano i Topolini,
storiche costruzioni sul mare dove vanno a fare il bagno.
A Barcola nacque Giorgio
Strehler, attore e regista teatrale.
| Questa immagine risale probabilmente agli
inizi del novecento; la foto è stata proposta su un forum dedicato alla
città : http://www.atrieste.org
con le seguente didascalia:
"Una bella cartolina de
Barcola de prima dela guerra (e posibilmente prima che i verzesi la
Costiera). El solito 6 col rimurcio estivo" |
|
I vecchi caffé
Ancora oggi i Caffé Storici triestini, frequentato luogo d'incontro,
sono il riferimento ideale per dibattiti e manifestazioni culturali o per
chi, in solitudine o in compagnia, voglia trascorrere alcune ore immersi in
una calda, tranquilla ed elegante atmosfera d'altri tempi.
 |
Il Caffé
Tommaseo, si affaccia sul mare ed è sin dal 1830 privilegiato
ritrovo e punto d'incontro di uomini d'affari e politici.
L'ambientazione, sofisticata ed elegante con strutture dai motivi
classicheggianti, bene si integra con l'arredo, sobrio e discreto,
nel quale spiccano le belle specchiere giunte cent'anni fa dal
Belgio e le sedie di legno curvato in stile "Thonet".
Famoso anche per aver introdotto, ad inizio secolo, il
gelato, oggi è possibile consumare anche brunch o cene veloci,
caratteristiche necessarie per stare al passo con i tempi ma che di
ottocentesco hanno ben poco.
|
 |

Il Caffé San
Marco: al
n. 18 di Corsia Stadion, oggi via Cesare Battisti, il 3 gennaio 1914
viene aperto, il Caffè San Marco. Sorto là dove un tempo c'era la
Latteria Centrale Trifolium, divenne presto luogo di ritrovo di lettori
di quotidiani, giocatori di biliardo, nonchè giovani irredentisti e
laboratorio per la preparazione di passaporti falsi che sarebbero
serviti ai patrioti antiaustriaci per scappare in Italia. L'attività
del Caffè fu bruscamente interrotta il 23 maggio 1915 quando una
sbirraglia austriaca devastò il locale.
Fra i diversi proprietari che si alternarono nella gestione del Caffè
meritano di essere ricordati, oltre al primo Marco Lovrinivich, le
sorelle Stock che Claudio Magris definisce "minute e
inesorabili"(cfr. Microcosmi, Milano, Garzanti, 1997, cap. 1).
Il Caffè, più volte restaurato grazie alla munificenza delle
Assicurazioni Generali, si presenta oggi, dopo la riapertura fatta il 16
giugno 1997, con l'immutato e suggestivo aspetto di sempre. Le maschere
ammiccano ancora dall'alto, sopra il bancone di legno intarsiato, opera
- spiega ancora Magris - della rinomata falegnameria Cante. Alcune
maschere sono attribuite al pittore viennese Timmel, che sfogava al Caffè
la propria fatica di vivere. In effetti tutto il Caffè segue lo stile
della Secessione viennese che, abbinato allo stile floreale, gli
conferisce un'incredibile suggestione. Interessanti sono i nudi dipinti
sui medaglioni alle pareti, pare da Napoleone Cozzi un "decoratore
alpinista scrittore e irredentista" e da Ugo Flumiani "pittore
- spiega Magris - di acque increspate." I nudi sono infatti la
metafora dei fiumi friulani, ma anche istriani e dalmati che si perdono
nell'Adriatico, il mare di Venezia e quindi di San Marco. Di grande
effetto le innumerevoli foglie di caffè che rappresentano una costante
nella decorazione con il loro ripetersi ossessivo e al tempo stesso
rassicurante. Ci sono i tavolini di marmo con la gamba di ghisa che si
eleva su un piedistallo sorretto da zampe di leone, quel leone di San
Marco, voluto dal primo proprietario non tanto per celebrare il proprio
nome quanto per simboleggiare italianità e irredentismo. Molto amato
dagli scacchisti il Caffè, per la particolare disposizione dei
tavolini, si presenta - osserva Magris - come una scacchiera dove gli
avventori sono costretti a muoversi come il cavallo. |
|

Caffè
Pasticceria Pirona: famosa pasticceria in via della Barriera vecchia fondata nel 1900
|
|

Caffé degli
Specchi: benché inaugurato nel 1839,
i lavori vennero completati solo nel 1846 a causa di difficoltà
finanziarie, che costrinsero il proprietario a cedere l'intero
edificio alle Assicurazioni Generali.
All'avviamento commerciale provvide N. Priovolo,
che condusse il Caffè per 45 anni. Nel 1884 fu ceduto a A. Cesareo
e V. Carmelich, due noti “caffettieri” che operarono la prima
ristrutturazione (1933), necessaria anche ad introdurre nel locale
la corrente elettrica. Verso la fine del secondo conflitto mondiale,
i locali del Caffé ebbero altre destinazioni d'uso, venendo adibiti
ad alloggi per truppe, magazzini e perfino stalle; nel 1945, al
termine della Guerra, il Locale fu requisito dalle truppe
anglo-americane e la Royal Navy (la Marina Britannica) ne fece il
proprio quartier generale.
Fino al 1953, in concomitanza con l'annessione di Trieste
all'Italia, i triestini poterono frequentarlo solo se accompagnati
da militari Britannici: fu quello l'anno in cui il Locale riprese la
sua veste pubblica ad opera del bergamasco A. Asperi, che lo gestì
per 14 anni, finché, a causa di inderogabili opere di rifacimento
dell' intero palazzo, dovette chiuderlo nel 1967.
Nel 1969, completamente rifatto, riaprì gestito dalla Hausbrandt,
storica casa di tostatura fondata a Trieste nel 1892. Infine nel
1990, la gestione passò all' attuale Società che, con l'ultima
totale ristrutturazione del 2000 ne disegnò l'attuale fisionomia. |
 |

Caffé Stella Polare: la nascita del Caffè, nel primo stabile sito
di fianco al Canale di Ponte Rosso che arrivava fino alla Chiesa di
Sant'Antonio, risale al 1865. Lo dirigeva Antonio Carmelich, ma nel
1910 la gestione passò a Riccardo Leipziger e Mario Sbisà.
All'inizio del 1904 il vecchio stabile sul Canale venne abbattuto
per far posto all'attuale palazzo. Allora il Caffè Stella Polare fu
sistemato, in via provvisoria, in un padiglione
di legno e gesso, sistemato di fronte alla Chiesa di
Sant'Antonio Nuovo.
Nel novembre di quell'anno, al piano superiore dell'edificio, venne
allestita una grande mostra postuma del pittore Umberto Veruda,
scomparso il 29 agosto dello stesso anno. In seguito il Caffè
Stella Polare venne definitivamente sistemato al n. 6 di Piazza
Sant'Antonio dove tuttora si trova. Il 23 maggio del 1915 il locale
subì una devastazione ad opera di dimostranti anti-italiani, ma
riuscì a superare anche questo brutto momento. A seguito di tale
negativa esperienza il gestore espose nelle sue sale un eloquente
cartello: "Qui non si parla di politica nè di alta
strategia".
Il Caffè era nato come tipico locale austro-ungarico con le
classiche decorazioni di stucchi e specchi che, seppur rovinate, si
possono ammirare ancora oggi. Nel momento del suo massimo splendore,
esso che, per la sua posizione abbracciava quattro vie, presentava
un bancone in legno di ciliegio ed era dotato di sale da biliardo,
sale per le riunioni e per la lettura; frequentato da negozianti ed
intellettuali della colonia tedesca e da moltissimi letterati sia
triestini che stranieri.
Nel locale è allestita permanentemente una mostra
pittorica o fotografica che ospita un artista diverso ogni due
settimane
|
 |

Caffé Tergesteo:
fin dal 1863 si trovava di fronte allo storico
Teatro Lirico G. Verdi con tavolini all'aperto. Classico luogo di
incontro e passaggio cittadino, frequentato di giorno da uomini
d'affari della vicina Borsa e di sera dall'elite culturale della
città, oggi è situato, invece, all'interno della Galleria omonima,
che da Piazza Verdi porta a Piazza della Borsa. Dopo i lavori di
restauro, per ricreare l'atmosfera di fin de siècle,
dell'originale, purtroppo, è rimasto ben poco. Da notare le vetrate
colorate che raffigurano episodi della storia triestina. Ad esso
Saba dedicò una lirica raccolta nel Canzoniere ("Caffè
Tergeste... tu concili l'italo e lo slavo, a tarda notte, lungo il
tuo bigliardo"). |
|

Bar Torinese: in
Corso Italia (al n°2), già corso Vittorio Emanuele, si trova il
Bar Torinese che risale al 1919. L'arredamento è opera del Debelli,
fine ebanista giuliano, che vestì gli interni di due celebri
transatlantici, il Saturnia e il Vulcania. La boiserie del Bar
Torinese, estesa dalle vetrine alle nicchie al soffitto, ricorda
infatti l'interno di una preziosa nave. |
Testi liberamente tratti da: I Caffè Storici di Trieste
e da Trieste By Net
Ulteriori informazioni ed antiche immagini su caffè, buffet e birrerie
sono disponibili su http://www.triesterivista.it/cultura/austria/index.htm
Tram di Opicina
 |
Il modo più romantico, anche se non il
più rapido, per arrivare sul Carso triestino da Trieste, è il vecchio tram a
fune che, partendo dalla centralissima Piazza Oberdan si inerpica lungo la
salita di Scorcola sino all’abitato di Opicina.
Il percorso è dolce e suggestivo e
permette di godere appieno la vista della città e del suo Golfo.
Clicca
per l'orario |
 |
|
La linea a trazione elettrica collega,
con normali motrici tranviarie a due testate, la città posta al livello
del mare con il suo altipiano carsico che si innalza a 348 metri s.l.m.
Dal capolinea della centrale piazza Oberdan, dopo breve tragitto, inizia
la tratta in funicolare (unica nel suo genere) Piazza Scorcola - Vetta Scorcola
dove le motrici si appoggiano a due carri-scudo vincolati ai capi di una
fune traente che scorre in mezzo al binario.
La pendenza massima della tratta tocca il 26% per poi ritornare fino
all'8% allorquando le motrici, lasciato il carro-scudo, continuano il
loro viaggio fino all'abitato di Villa Opicina.
Lungo il percorso si aprono numerosi splendidi scorci panoramici sul
golfo e parecchie sono le passeggiate ed i sentieri che si dipartono
dalle fermate lungo la linea.
|
 |

CENNI STORICI
 |
| 9.9.1902 |
Inaugurazione
dell’esercizio della linea a trazione elettrica con locomotori a
cremagliera sulla tratta Piazza Scorcola - Vetta Scorcola
con motrici a due assi di costruzione austriaca.
|
| 1906
- 1936 |
Attivazione
di un prolungamento dall’attuale capolinea sito in via
Nazionale, alla stazione ferroviaria di Opicina.
|
| 26.4.1928 |
Apertura
all’esercizio dell’impianto funicolare, sostitutivo di quello
a cremagliera.
|
| 1935
- 1936 |
Entrata in
servizio di 5 motrici a carrello di costruzione Officine
Meccaniche STANGA - T.I.B.B. (Tecnomasio Italiano Brown Boveri).
|
| 1942 |
Entrata in
servizio di due ulteriori motrici a carrello dello stesso
costruttore di quelle precedenti.
|
| 6.3.1978 |
Ripresa del
servizio dopo il rifacimento della sede della funicolare;
sostituzione dell’armamento e dei due carri-scudo (1a fase).
|
| 14.6.1984 |
Completamento
delle opere di adeguamento tecnico alle normative Ministeriali
dell’impianto funicolare con l’attivazione di un sistema
automatico di funzionamento e controllo (2a fase).
|
|
Vecchie stazioni ferroviarie
Le ferrovie hanno rappresentato dalla seconda metà
dell'ottocento il paradigma dello sviluppo economico e dello slancio verso un
progresso che sembrava inarrestabile. Fiducia nel futuro che crollerà con la
Grande Guerra; Trieste, rappresenta un esempio di quel periodo che finisce con
la Belle Epoque o meglio, con la Felix Austrie.
La rete ferroviaria che fa capo a Trieste conserva edifici
otto - novecenteschi di indubbio fascino, prevalentemente Stazioni
ferroviarie, ma anche Torri serbatoio per l'acqua come l'attuale vedetta
Liburnia.
Tra le Stazioni, la più nota è certamente quella di Trieste
Campo Marzio, sede del Museo
Ferroviario. Qui sono conservati antichi locomotori e carrozze, buona
parte dei quali risalenti alle prime decadi del '900. Adiacente alla stazione,
in disuso, si trova il piazzale di Campo Marzio Smistamento, da dove si
dipartono i raccordi che portano i convogli mercantili in Porto Nuovo.
Uno degli scali merci molto attivi fino a non molti anni fa
era lo scalo di Prosecco (Prosek postaja), che non presenta
peculiarità artistico costruttive di alcun tipo: fino alla caduta della
ex-Jugoslavia rappresentava uno dei maggiori centri di transito dei carri
bestiame durante la loro agonizzante
marcia dei viaggi della morte. Oggi si trova in uno stato di completo
abbandono.
Altre
sono invece le stazioni di valore storico-artistico. Senza voler con questo
stilare una classifica di "merito", ricordiamo in primis la
caratteristica Stazione di Miramare: appositamente costruita
per servire l’omonimo castello
fatto edificare da Massimiliano d’Asburgo, oggi viene scarsamente utilizzata
e, per lo più, dagli studiosi che lavorano presso il Centro di Fisica
Teorica, situato nelle immediate vicinanze.
Conservano la struttura architettonica originale anche la Stazione
di Rozzol/Montebello, oggi in disuso ma che presenta ancora
l’aspetto asburgico,
comprese le tabelle scritte sia in italiano che in tedesco, tanto che
l’impressione che se ne ricava è quella di aver fatto un salto indietro nel
tempo, e la Stazione di Aurisina. Sebbene meno affascinante
della precedente, anch’essa ha mantenuto l’aspetto ottocentesco; le sue
dimensioni, rimaste immutate, fanno capire al visitatore quale importanza
rivestisse ai tempi del dominio austriaco: fungeva allora da stazione di
coincidenza per tutti i treni principali che qui venivano diretti o verso
Trieste o verso il Regno d’Italia. Tra questi treni va sicuramente ricordato
l’ormai leggendario Simplon Orient Express. Si segnala inoltre che sul
piazzale esterno della stazione di Aurisina è ancor’oggi visibile una
scheggia della granata italiana che, nel 1917, distrusse un’ala
dell’edificio.
Va ricordata ancora, prima di concludere, la Stazione
di Villa Opicina la quale, seppur di scarso valore architettonico,
viene qui citata per essere stata uno degli svincoli della storica Ferrovia
"Meridionale" che, a partire dal 1857, collegava Vienna, Lubiana e
Trieste.
Alcuni dei tratti di linea che collegano le stazioni sopra
citate sono al giorno d’oggi percorsi esclusivamente da pochi treni merci.
L’opportunità di percorrerli (sono anche molto panoramici) è data ai
viaggiatori solo in occasioni particolari, quando vengono cioè organizzate
iniziative a bordo dei "treni storici".
Treno storico da Gorizia a Bled sulla
via Transalpina
Partenza dalla stazione di Gorizia per un
viaggio unico ed emozionante.
Si percorrerà un tratto della storica "Ferrovia Transalpina", che
venne inaugurata il 19 luglio 1906, allo scopo di completare la rete ferroviari
che collegava Vienna e l'Europa Centrale alle regione adriatiche dell'Impero
Austro Ungarico ed in particolare al porto di Trieste.
La costruzione della linea ferroviaria, per i mezzi allora disponibili, si
rivelò molto complessa e richiese numerose e ardite opere di ingegneria
(gallerie, ponti, viadotti ecc.), che l'hanno resa famosa. Fra tutti si
possono ricordare il ponte di Salcano, la cui arcata in pietra di 85m. è
ancora oggi la più grande al mondo, e la galleria di Piedicolle, vero e
proprio traforo alpino sotto le Alpi Giulie, lung. 6327m.
I conflitti mondiali dello scorso secolo hanno fatto perdere alla Transalpina
il ruolo di grande ferrovia commerciale, rendendola una linea secondari, che
oggi rinasce come ferrovia turistica per collegare Austria, Slovenia e Italia.
Il treno storico verrà trainato da una locomotiva a vapore del Museo
Ferroviario di Lubiana.
Nel caso di pericolo di incendi la locomotiva a vapore verrà sostituita da un
locomotore diesel.
Svolti i controlli di frontiera, si raggiungerà la vicina stazione di Nova
Gorica (Slovenia) e quindi il viaggio continuerà sulla Ferrovia Transalpina,
attraversa territori di incomparabile e mutevole bellezza, costeggiando bellissimi fiumi come l'Isonzo e la
Sava.
Arrivo alla stazione di Bled e trasferimento in pullman al castello per una
visita guidata. Seguirà il pranzo in un ristorante sul lago. Dopo il pranzo
tempo a disposizione per una visita della cittadina e del suo lago, una delle
più belle e rinomate località di villeggiatura della Slovenia.
ulteriori informazioni ed aggiornamenti su www.turismo.fvg.it:
Treno
storico sulla Transalpina
Il Faro della Vittoria
 |
Il Faro della Vittoria,
imponente opera dovuta all'arch. triestino Arduino Berlam (1880-1946) ed
allo scultore Giovanni Mayer (1836-1943), identifica in se due
importanti funzioni. Oltre ad illuminare il golfo di Trieste, per essere
di ausilio alla navigazione, esso è monumento commemorativo, dedicato
ai marinai caduti della I Guerra Mondiale,come testimonia l'iscrizione
"SPLENDI E RICORDA I CADUTI SUL MARE MCMXV - MCMXVIII".
L'idea di costruire quest'opera nacque già nel 1918. Venne scelto il
Poggio di Gretta, che offriva un assetto ottimale a 60 m. sul livello
del mare e solide fondamenta nel bastione rotondo dell'ex-forte
austriaco Kressich, costruito tra il 1854 e il 1857.
Il faro è costituito da un ampio basamento che ingloba il bastione del
forte austriaco ed è rivestito esternamente in blocchi di pietra del
Carso e dell'lstria.
Sopra la colonna s'imposta un "capitello" che sostiene la
"coffa", così definita con chiaro riferimento all'albero
della nave, in cui è inserita la gabbia, di bronzo e cristalli, della
lanterna coperta da cupola in bronzo decorata a squame. Corona l'apice
della cupola l'ardita statua in rame sbalzato della Vittoria, opera
dello scultore Giovanni Mayer, del peso di circa 7 quintali.
La parte ornamentale è completata dalla possente figura del marinaio,
opera dello stesso Mayer, realizzata con l'impiego di 100 tonnellate di
pietra di Orsera. Sotto questa statua è stata affissa l'ancora del
cacciatorpediniere Audace (prima nave italiana che entrò nel porto di
Trieste il 3 novembre 1918), donata dall'ammiraglio Thaon di Revel,
ministro della Marina, assieme ai due proiettili della Viribus Unitis,
posti ai lati dell'ingresso del faro.
La lanterna di trova ad un'altezza di circa 130 m. sul livello medio del
mare ed è costituita da un corpo illuminante dell'intensità media di
1.250.000 candele, con una portata di 34-35 miglia. L'apparecchio ottico
compie un giro attorno all'asse in 45 secondi.
I lavori, iniziati nel febraio 1923, si conclusero il 24 maggio 1927 con
la cerimonia di inaugurazione, avvenuta alla presenza del Re Vittorio
Emaruele lll.
L'imponente struttura del faro, del peso complessivo di 8.000
tonnellate, vide impiegati 1.300 m3 di pietra di Orsera e di Gabrie,
2.000 m3 di calcestruzzo e 11 vagoni di ferro pari a 100 tonneliate.
Su interessamento della Provincia di Trieste il faro è stato riaperto
al pubblico il 18 maggio 1986, dopo sette anni di totale chiusura, col
concorso dell'A.A.S.T. di Trieste.
| Alcuni dati: |
|
| Altezza complessiva del faro |
68,85 metri |
| Altezza del faro dal livello del mare |
128,85 metri |
| Altezza del piano focale dal mare |
116 metri |
| Spessore del tabo esterno |
da 3 a 1 metro |
| Spessore del tabo interno |
0,20 metri |
| Profondità del rivestimento in pietra |
da 8,80 a 0,60 metri |
| Altezza della statua della Vittoria |
7,20 metri |
| Altezza della statua del Marinaio |
8,60 metri |
|
Testi liberamente tratti dalla Camera
di Commercio di Trieste
L'idroscalo
Per l'inizio dei voli regolari di linea si
dovettero approntare anche le opportune installazioni a terra: furono costruiti
gli idroscali di Torino e di Pavia, mentre a Venezia fu riadattato il vecchio
idroscalo militare al Lido.
 |
L'idroscalo S.I.S.A. di Torino, situato
fra il Ponte Isabella ed il Ponte Balbis, nella zona del Valentino |
|
A Trieste il primo idroscalo era
un hangar galleggiante, ormeggiato alla radice del Molo Audace davanti
alla Piazza Tommaseo. |
|
Settembre-ottobre 1926: la Riva 3
Novembre con l'hangar galleggiante

|
 |
| Costruito nei cantieri navali
di Monfalcone, era largo 37 metri e leggermente più profondo; otto
porte scorrevoli alte sei metri chiudevano il lato a mare. Poteva
contenere quattro idrovolanti Cant 10 che vi accedevano tramite uno
scivolo. Sul lato prospiciente la riva erano ricavati gli uffici,
un'officina e la sala d'aspetto per i passeggeri. |
 |
Lo "Scalo idroplani S.I.S.A."
visto dal mare |
|
Fu inaugurato il 20 settembre
1926 e venne intitolato ad Oscar Cosulich, che era annegato il 26 luglio
di quello stesso anno a Portorose nel tentativo di soccorrere il figlio.
Questo impianto ebbe vita brevissima: fu infatti gravemente danneggiato
da un violento fortunale il 24 ottobre e venne quindi demolito.
Gli idrovolanti ripresero ad
ormeggiare in rada, con il trasbordo da e per la riva assicurato da una
barca a remi. Una soluzione di compromesso venne trovata alla fine del
febbraio 1928, con l'installazione di uno scivolo galleggiante
attraccato alla Riva 3 Novembre. |
|
La posizione dello scivolo da una mappa
dell'epoca |
 |
 |
Il Cant 22-R1 I-AACK sullo scivolo della
Riva 3 Novembre. La foto è stata scattata presumibilmente nei primi
mesi del 1930 |
| In questo periodo il casotto
della Corporazione dei Piloti del Porto venne usato come biglietteria e
sala d'aspetto. |
 |
Il "San Giorgio" sullo
scivolo. Sullo sfondo si intravede il casotto usato per i servizi a
terra |
 |
Testi tratti da: MisterKappa Ieri e oggi - L'idroscalo
La Risiera di San Sabba
L'insieme di edifici dello stabilimento per la pilatura del
riso, divenuto tristemente famoso per essere l'unico campo di sterminio sul
territorio italiano, venne costruito nel 1913 nel quartiere periferico di San
Sabba a Trieste. Gli edifici non più adibiti ad uso industriale, vennero
requisiti ed utilizzati all'occupatore nazista come campo di prigionia
provvisorio per i militari italiani catturati dopo 1'8 settembre 1943 con il
nome di Stalag 339. Verso la fine di ottobre, sempre del 1943, esso venne
strutturato come Polizeihaftlager
(letteralmente campo di detenzione di polizia), destinato sia allo
smistamento dei deportati in Germania ed in Polonia, sia come deposito e
smistamento dei beni razziati, nonché successivamente per la detenzione ed
eliminazione di partigiani, detenuti politici ed ebrei.
Con Decreto del Presidente della Repubblica il 15 Aprile del
1965 la Risiera di San Sabba viene dichiarato monumento nazionale e
trasformato in museo dal Comune di Trieste che, con un progetto dell'architetto
Romano Boico, verrà inaugurato nel 1975.
per maggiori approfondimenti consigliamo di
visitare il sito dedicato alla Risiera
dal quale è stata tratta l'introduzione precedente oppure le pagine
sulla Risiera nel sito dedicato alla zona della VII
circoscrizione della città
 |
L'indirizzo
del museo è Ratto della Pileria 43 telefono 040826202.
L'ingresso
è gratuito.
Dall'1
aprile al 15 maggio e dall'1 al 5 novembre:
 |
feriali
dalle ore 9 alle ore 18
 |
festivi
(incluso Pasqua e Primo Maggio) dalle ore 9 alle ore 13
|
|
Dal 16
maggio al 31 ottobre e dal 6 novembre al 31 marzo
 |
feriali
e festivi dalle ore 9 alle ore 13.
|
Chiuso lunedì,
1 gennaio, Ferragosto e Natale.
|
(Il
testo seguente è tratto dalle pagine curate da Ruggiero Calligaris; per il
testo originale clicca sull'immagine sottostante)
INFORMAZIONI STORICHE
Nell’800 il colle di Scorcola era percorso dalla strada
della Stranga, l’attuale via Romagna, che conduceva anche alle poche ville
di importanti famiglie triestine. La vecchia casa di via Romagna 30,
sovrastante l’ingresso principale delle gallerie, era denominata «caserma
dei francesi», a ricordare il periodo in cui fu costruita (tra la fine del
‘700 e l’inizio dell’BOO). Poco più su verrà,
in seguito, costruita la villa di Angelo Ara, direttore delle
Assicurazioni Generali di Trieste e, dietro a questa, la villa di Ottocaro
Weiss. In via Fabio Severo (attuali campi di calcio di via monte
Cengio) c’era la villa di Camillo Ara, avvocato e fratello di Angelo. Tutte le ville erano circondate da ampi parchi. All’inizio della
seconda guerra mondiale il comune, con il concorso finanziario dello
Stato, fece realizzare 17 gallerie, 18 serbatoi e 20 vasche idriche, in
previsione di attacchi aerei, per poter dare riparo a molte decine di
migliaia di persone. Alcune gallerie, furono progettate in modo da poter
essere utilizzate, più avanti, come comunicazioni stradali. Il complesso
sotterraneo del colle di Scorcola è molto vasto e probabilmente non ancora
del tutto esplorato. Oltre alle gallerie di via Fabio Severo, un
interessante rifugio si trova alle spalle dell’Ospedale Militare, una
galleria rettilinea di 1.140 metri conduce da via Tibullo alla piazza di
Roiano, un piccolo sotterraneo si trova nel parco di via Romagna 28 (ex
villa Weiss - sede del comando marina mercantile nel ’43 - ‘45), un grande
rifugio è stato demolito con la casa Hausbrandt (via Romagna 5), mentre
restano da visitare un piccolo posto di guardia a forma di “eIle”
all’ingresso dell’ex parco della villa di Angelo Ara (via Romagna 34), un
grande complesso sotterraneo tra via Virgilio, via Artemidoro e le
scalette di via Scorcola e probabili gallerie presso il castelletto
Geiringer. Dopo l’8 settembre 1943 i germanici crearono il Litorale
Adriatico, vasto territorio che si estendeva da Trieste in particolare,
verso l’attuale Slovenia. Odilo Lotario Globocnick, nato a Trieste,
divenne «der Hòher SS und Polizeifùhrer in der Operationszone Adriatisches
Kùstenland» e riceveva ordini direttamente dal Reichesfùhrer SS, H immler. I centri e gli uffici posti sotto il comando
di Globocnick a Trieste facevano riferimento all’Oberleutnant Hermann
Kientrup, comandante dell’Ordnungs Polizei con uffici in piazza Oberdan.
Si dice che nell’operazione fossero impiegati 400 ufficiali.
La zona di piazza Oberdan, del palazzo del Tribunale, le ville
Ara e Weiss, la sinagoga, la «Deutsche Haus» (Gòethe lnstitut) e l’ex
hotel Regina (che venne trasformata in mensa) divennero il luogo di
comando per l’intero Litorale Adriatico, e per questo la zona venne
soprannominata «Kleine Berlin». Da qui la denominazione del sotterraneo
che serviva da rifugio per i presenti in zona. Le prime case ad
essere requisite furono quelle delle famiglie israelite; Globocnick scelse
così la villa di Angelo Ara, che aveva fatto costruire la casa di via
Romagna 32 per i tre figli intorno al 1935. I due edifici erano
immediatamente adiacenti al tribunale, dove Globocnick aveva i suoi
uffici. Anche i sotterranei realizzati quale rifugio antiaereo dagli
italiani vennero modificati, con l’aggiunta, tra l’altro, di un pozzo che
scendeva dal giardino della villa Ara con due scale a chiocciola in legno
fino alle gallerie, che avevano un passaggio diretto sotterraneo con il
tribunale. L’ingegnere Rudolf Hònig era Hauptbùro con l’incarico di
organizzare la sede del governo del Litorale Adriatico e la protezione
aerea passiva. La prima scala a chiocciola era protetta da una cupola di
cemento a forma di ogiva. Un complesso simile si trova anche nel rifugio
realizzato in via dell’Eremo nell’ex villa Modiano per il Gauleiter
Reiner; nella zona e nelle ville di vicolo Scaglioni vi erano altri
ufficiali. lI 6 gennaio 1944 a mezzogiorno, il guardiano della villa
di Angelo Ara ricevette l’ordine di sgomberare il suo alloggio entro due
ore. In tribunale gli venne presentata una lista di case requisite a
famiglie ebree tra le quali poteva scegliere a piacimento, e si trasferì
in Corso 4. I tedes chi lasciavano libero accesso al sotterraneo anche ai civili
italiani, che potevano sedersi su panche di legno. Il complesso aveva ben
sette ingressi; quattro con ampie gallerie sulla via Fabio Severo, uno con
un ampio pozzo ben protetto da una robusta costruzione di cemento nel
giardino del palazzo Ralli (piazza Scorcola), uno all’imbocco della via
Romagna (sotto il n. 32) ed uno direttamente nel garage d’angolo del
Tribunale. Non è escluso che lo scavo, rimasto incompiuto nella
galleria più lunga, tendesse a raggiungere la non lontana galleria
Roiano-Tibullo. Tutto quello che veniva requisito alle famiglie ebree
era raccolto nelle soffitte della sinagoga, nel complesso delle scuole
Dante e a villa Necker; qui venivano realizzate le casse per la successiva
spedizione in Germania. Uno dei falegnami fu proprio l’ex guardiano della
villa di Angelo Ara. Il sotterraneo della villa di Camillo Ara era usato
come deposito viveri. All’arrivo in città degli alleati e dei
partigiani, ben pochi erano ormai i soldati tedeschi presenti al
Tribunale. Non conoscendo l’estensione del sotterraneo e la presen za di militari nello stesso, si tentò di allagare il
complesso immettendo acqua dall’accesso di via Romagna, l’unico in
discesa. Risulta che così venne recuperato il corpo di un soldato tedesco.
Naturalmente l’allagamento era irrealizzabile, sia per la vastità
degli ambienti che per l’ottima canalizzazione esistente. La villa di
Angelo Ara, già casa di Globocnick venne occupata dal genio militare
inglese, che distrusse con il fuoco la scala a chiocciola in legno del
pozzo alto di accesso al sotterraneo ed in seguito i militari gettarono
nello stesso bottiglie, bidoni, pezzi di jeep, ecc., ostruendolo. Negli
anni tra il 1955 ed il 1957 la villa Weiss venne sopraelevata di un piano
e ristrutturata (attuale via Romagna 44) a cura della ditta arch. G.
Gruden; nel suo parco sorsero cinque palazzine (via Romagna 28/1 /2 /4 /5
/6) mentre la prevista costruzione dello stabile 28/c non ebbe luogo
proprio per la presenza di un rifugio antiaereo. La villa di Angelo Ara
venne demolita (ditta Salenà e Rusconi) e nel suo parco sorsero altre
palazzine - condominio Rimase soltanto la serra degli Ara. Il
successivo rapido sviluppo edilizio su tutto il colle ha sostituito
l’originario ambiente di ville e parchi, portando alla costruzione di
nuove strade e mascherando cosi gli accessi ai sotterranei, che restano
pur sempre una pagina di storia della nostra città.
Ruggero Calligaris
| Per visite ed informazioni:
Club Alpinistico Triestino Via Frausin 2/a - 34137 Trieste
Tel. 040-762027 (seralmente, al giovedì)
oppure:
Franco Gleria: 404-304208 Lino Monaco:
040307417 |
|
 |
|
|